La sua era l’Inter di Altobelli e Beccalossi, Oriali e Bordon. Quella delle sfide epiche alla Juventus negli anni Ottanta, capace con lui in panchina di vincere uno scudetto e due Coppa Italia grazie ai suoi metodi ‘militari’ che gli valsero il soprannome di Sergente di ferro. Lo ricordava tutti così, Eugenio Bersellini, morto la scorsa notte a 81 anni.

La sua Inter gioca un calcio semplice, ma efficace, perfetta interpretazione della tradizione italiana. Grande lavoratore, amante della perfezione, dopo la vittoria dello scudetto nel 1980 disse in un’intervista: “Questo anno abbiamo vinto lo scudetto, d’accordo, però giocavamo meglio dodici mesi fa quando l’inesperienza finiva sempre col fregarci”. Anche in quell’occasione, tirò fuori il suo carattere duro e spigoloso, per il quale litigò con Beccalossi, che dell’Inter era uno dei giocatori più talentuosi e ‘sarto’ delle manovre offensive sulla trequarti. Arrivò a metterlo fuori squadra, prima del chiarimento e del reintegro.

Nato a Borgo Val di Taro, in provincia di Parma, Bersellini è stato uno dei personaggi dell’epopea del calcio italiano a cavallo degli anni Settanta e Ottanta. Dopo una carriera di calciatore vestendo la maglia fra gli altri di Brescia, Monza, Pro Patria e Lecce, inizia ad allenare nella stagione 1968/69 sulla panchina del Lecce in Serie C. Dopo altre due stagioni nel Salento, viene ingaggiato dal Como. Il debutto in Serie A è targato 1973, grazie al Cesena. Dopo due anni passa alla Sampdoria, dove resta fino al 1977 quando arriva la chiamata dell’allora presidente dell’Inter Ivanoe Fraizzoli. Nelle cinque stagioni trascorse a Milano il tecnico guidò l’Inter a vincere uno scudetto e due Coppe Italia.

Dopo il quinquennio in nerazzurro, Bersellini si siede sulla panchina del Torino prima di tornare a Genova, ancora sponda Samp, dove vincerà anche una Coppa Italia nel 1985. Nella sua lunghissima carriera il ‘sergente di ferro’ allenerà anche Fiorentina, Avellino e Ascoli, prima di scendere di categoria negli anni Novanta trascorsi tra Como, Modena, Bologna e Pisa. L’ultima esperienza italiana di un certo livello è in C/1 al Saronno dal 1995 al 1997. Sul finire dello scorso millennio si trasferisce in Libia, dove allena la nazionale di Tripoli, l’Al-Ahly e l’Al-Ittihad, squadra con cui vince il campionato libico allenando tra gli altri Al-Saadi Gheddafi, figlio dell’allora dittatore libico poi visto in Italia al Perugia.