Né un delinquente professionale, né un riciclatore di mafie. Per questo il 12 giugno scorso Fabrizio Corona è stato condannato a un anno di carcere contro i 5 chiesti dalla Procura di Milano. Nelle motivazioni, depositate oggi, i giudici spiegano che il Tribunale di Milano “non ritiene di dover dichiarare Fabrizio Corona delinquente professionale” perché “la natura prettamente fiscale e le concrete modalità del reato per il quale l’imputato è stato giudicato colpevole non consentono infatti di ritenere, alla luce della ricostruzione complessiva dei fatti e della lontananza nel tempo delle condotte che hanno dato origine alle precedenti condanne, che egli viva abitualmente del provento dei reati”.

Con la sentenza, emessa dal presidente Guido Salvini e da Andrea Ghinetti e Chiara Nobili, erano state escluse le contestazioni principali, tra cui l’intestazione fittizia dei beni, su quei 2,6 milioni di euro trovati in parte in un controsoffitto in parte in Austria. Il fatto che non sia stato giudicato delinquente professionale potrebbe agevolare Corona nella richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali.

I soldi sono i ricavi “in nero” di Fabrizio Corona ed è inconsistente l’ipotesi “che certamente aleggiava nel corso delle indagini preliminari” della Dda, secondo cui “le somme sequestrate potessero avere un’origine diversa dall’attività imprenditoriale di Corona e fossero invece, sempre in ipotesi, state in qualche forma a lui affidate da terzi in custodia o a fini di reimpiego”. Come aveva ricostruito la stessa difesa, Corona ha incassato in nero tra il 2008 e il 2012 i circa 1,78 milioni trovati nel controsoffitto. In quel periodo con “l’affiancamento della figura di Belen Rodriguezha “certamente moltiplicato” i “guadagni di quel triennio”.

Francesca Persi è stata invece condannata a 6 mesi e i giudici hanno anche annullato l’ordinanza cautelare a carico dell’ex agente fotografico, che resta comunque a San Vittore perché il Tribunale di Sorveglianza dopo l’arresto revocò l’affidamento in prova ai servizi sociali che gli era stata concesso. Nelle 120 pagine di motivazioni viene chiarito dai giudici perché hanno deciso di accogliere gran parte delle tesi proposte dai legali Ivano Chiesa e Luca Sirotti.

Vengono ricostruite passo passo le testimonianze del processo tra cui quelle dei clienti di Corona, che lo pagavano per serate ed ospitate e che “dopo esitazioni e reticenze” in aula “hanno ammesso” di avergli dato soldi in nero. In sostanza, spiega il Tribunale, “poteva apparire difficile” ritenere “che una somma in contanti complessivamente così elevata” potesse essere “frutto esclusivo dei ricavi in nero negli ultimi anni di Corona“, ma il processo (tra gli elementi anche una consulenza difensiva su contabilità e appunti di Corona) ha dimostrato proprio questo. Si è trattato, insomma, di una “semplice evasione fiscale“. Trasmessi gli atti alla Procura per i reati di dichiarazione infedele dei redditi e appropriazione indebita, Corona andrà incontro, però, a un altro procedimento.

I giudici, infine, spiegano che del resto “sarebbe stato del tutto illogico affidare, con qualsiasi intento” soldi in contanti a Corona, sempre nell’occhio del ciclone per i “numerosi processi” e l’attenzione mediatica. E quando Giuseppe Sculli, ex calciatore e nipote di un boss della ‘ndrangheta, nell’estate 2016 gli chiese dei soldi, a detta dei giudici, forse si fece “forte della sua vicinanza ad ambienti calabresi per farsi portatore delle doglianze di qualche gestore di locali della zona”, perché Corona non aveva fatto la ‘ospitata’ promessa.