Mentre le altalenanti offerte di dialogo dell’amministrazione Trump non paiono rabbonire il regime di Kim Jong-un, la mai esclusa “opzione militare” in qualche modo comincia a prendere forma. Il test missilistico di martedì, il primo ad aver sorvolato il Giappone senza previo avviso delle autorità nordcoreane  (i precedenti erano stati eseguiti sotto le mentite spoglie di lanci satellitari), parrebbe fornire il pretesto per un riarmo da tempo ventilato nell’Asia Pacifico.

Durante un incontro con la premier britannica Theresa May, oggi il primo ministro nipponico Shinzo Abe ha rivelato che il ministero della Difesa giapponese punta all’approvazione di un budget da 160 milioni di dollari per ampliare il proprio arsenale missilistico. La spesa militare raggiungerebbe così 48 miliardi di dollari complessivi per l’anno che comincerà il 1 aprile; ovvero un + 2,5% su base annua. L’incremento, il sesto di fila, andrebbe a cementare le capacità difensive dell’esercito nipponico, con l’aggiunta di sei caccia F-35, quattro V-22, navi da guerra e sottomarini. Ben 90 milioni verrebbero destinati soltanto allo sviluppo di missili ipersonici. “La ricerca e lo sviluppo sono per la difesa dell’isola” di Okinawa, ha dichiarato un funzionario nipponico, lasciando intendere che il budget è pensato anche a contrastare l’assertività di Pechino nel Mar cinese orientale, dove i due paesi asiatici si contendono le isole Diaoyu/Senkaku.

Mentre la proposta – su cui si esprimerà il ministero delle Finanze – mette ancora una volta il Giappone davanti al dilemma di come riuscire a potenziare le proprie capacità difensive senza violare quanto stabilito dalla costituzione pacifista, le frange guerrafondaie della destra giapponese sembrano finalmente aver un argomento in grado di convincere l’opinione pubblica a tollerare un maggior interventismo delle limitate Forze di autodifesa. Oggi l’agenzia di stampa statale nordcoreana KCNA ha affermato che prendere le parti di Washington costerà al Sol Levante “un’imminente autodistruzione”, in chiaro riferimento alla presenza di soldati americani nell’Hokkaido, l’isola dell’arcipelago nipponico sorvolata dal missile di martedì. Se infatti  il lancio del vettore a raggio intermedio Hwasong-12 è stato definito dal leader Kim Jong-un “preludio al contenimento di Washington nel Pacifico” per mezzo di nuovi test balistici (con prossimo obiettivo dichiarato l’isola di Guam), il test di martedì è stato salutato dalla stampa nordcoreana come una “vendetta” contro il governo coloniale giapponese – durato dal 1910 al 1945 – di cui il 29 agosto è ricorso il 107esimo anniversario.

È dal 2006 che  Stati Uniti e Giappone lavorano insieme allo sviluppo di una variante dell’MS-3, un missile lanciabile da piattaforme marittime che fa parte dell’Aegis, sistema di combattimento integrato installato a bordo delle principali unità da combattimento dell’US Navy. Tokyo punta inoltre a ottenere la sua variante terrestre Aegis Ashore entro il 2023 e il radar a tecnologia avanzata Spy-6, necessario affinché il sistema antimissile raggiunga piena operatività. Anche a Seul, del resto, l’ultimo test balistico di Pyongyang ha spinto il segretario alla Difesa Usa James Mattis e il suo omologo sudcoreano a riaffermare la necessità di anteporre al dialogo diplomatico una “capacità militare effettiva”. Le due parti si sono dette pronte a rivedere le linee guida stabilite nel 2012 — che limitano Seul allo sviluppo di missili con una gittata di 800 km e un carico esplosivo di 500 kg — , mentre non si esclude il riposizionamento di armi nucleari americane a sud del 38esimo parallelo, a distanza di 26 anni dalla loro rimozione. Misura che andrebbe ad aggiungersi alla potenzialità deterrente del Terminal High Altitude Area Defense, ancora in fase di installazione 130 miglia a sud di Seul.

Proprio oggi due bombardieri strategici statunitensi nucleari hanno sorvolato la penisola coreana in operazioni aeree congiunte con Seul, mentre nella giornata di ieri la US Missile Defence Agency e la marina americana hanno condotto con successo un test antimissile a largo delle Hawaii mirato ad intercettare un vettore a media gittata “nella sua fase finale”.  Uno sfoggio di muscoli che gli esperti sospettano manchi di sostanza. Negli ultimi 18 anni, la superpotenza ha sborsato 54 miliardi di dollari per sviluppare il proprio sistema di difesa missilistico, senza tuttavia ricorrervi mai per intercettare le decine di vettori sparati dal regime di Kim. “Un fallimento sarebbe imbarazzante ma non sorprendente”, spiega alla Reuters Michael Elleman del think tank 38 North. Ieri, commentando l’escalation nella penisola coreana, Donald Trump ha dichiarato via Twitter che “il dialogo non può essere la risposta” alla crisi. “Gli Stati Uniti stanno pagando denaro da estorsione da 25 anni”, ha lamentato il presidente americano in una probabile allusione alle negoziazioni a base di aiuti umanitari e promesse di riduzione delle sanzioni portate avanti dalle precedenti amministrazioni. O piuttosto a quanto speso da Washington in questi anni per sostenere militarmente i propri alleati.