Il giorno dopo il tragico attentato di Barcellona, il ministro dell’Interno Marco Minniti ha presieduto una riunione straordinaria del Comitato di analisi strategica antiterrorismo nella quale ha chiesto di rafforzare le misure di sicurezza sul territorio. A seguito delle indicazioni fornite in quella sede, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha diramato una circolare nella quale invita gli agenti di polizia a portare con sé l’arma di ordinanza anche al di fuori delle ore di servizio.

La prevenzione di atti terroristici è quanto il governo è oggi chiamato con più forza a perseguire. Su questo non c’è dubbio. Ma sono queste le modalità? Un controllo del territorio casuale affidato a personale assunto e formato per fare altro? Il senso della circolare e della disposizione ministeriale sarebbe di questo tipo: i terroristi possono stare ovunque e più gente armata c’è per strada e meglio è.

Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria svolge, all’interno degli istituti di pena, un capillare lavoro di monitoraggio dei possibili fenomeni di radicalizzazione. Oltre alle circa quaranta persone che sono detenute nelle apposite sezioni di alta sicurezza con l’accusa di terrorismo internazionale, sono quasi 400 i detenuti sottoposti a un controllo particolare da parte del Dipartimento. Un controllo, questo sì, per il quale la polizia penitenziaria svolge un compito indispensabile. Ma si può dire lo stesso per un improvvisato controllo armato del territorio durante le ore di riposo dal lavoro? Vogliamo davvero pensare che più armi girano e meglio è? Dall’armare la polizia penitenziaria fuori dalle ore del servizio all’armare persone comuni il passo non è tutto sommato troppo ampio.

Se è davvero il terrorismo internazionale l’obiettivo della misura sollecitata dal Ministero, sembra difficile immaginare che possa avere una qualche efficacia esente da rischi maggiori di quelli che intende prevenire. Altra cosa è se un’indicazione di questo tipo vuole andare nel generale calderone dei tanti segnali da pugno di ferro cui il ministro dell’Interno Marco Minniti ci ha abituati. Una linea dura, intransigente, che vuole rassicurare la società da quella insicurezza percepita che il ministro ha tante volte ripetuto di voler prendere sul serio tanto quanto una insicurezza reale, a prescindere dal fatto che i dati sui reati, sulle violenze, sulle denunce dicano altro. Armiamo senza troppe distinzioni i controllori e inevitabilmente si faranno meno distinzioni sui controllati. È quanto già accade, con il decreto Minniti sulla sicurezza urbana che tratta i senzatetto come criminali o con gli sgomberati di piazza Indipendenza che urlano sotto gli idranti “siamo rifugiati, non siamo terroristi”.

La riforma del sistema carcerario cominciata a seguito della condanna dell’Italia da parte della Corte di Strasburgo è oggi a un punto cruciale, con tre commissioni ministeriali che stanno riscrivendo la legge penitenziaria. Se mai dovesse essere approvata, la polizia penitenziaria avrà un ruolo a tutto tondo, di grande responsabilità. Un ruolo sensibile, protagonista della reintegrazione sociale delle persone condannate e non più limitato al mero controllo fisico di sbarre e cancelli. Meglio sarebbe stato investire risorse economiche per formare strategicamente i poliziotti penitenziari nella prevenzione della radicalizzazione e nella deradicalizzazione dei jihadisti in carcere.