Si conclude un’altra stagione apparentemente molto positiva per il rap italiano: gli artisti mainstream riempiono le classifiche e i palazzetti, mentre l’underground anche “non allineato” genera decine di eventi ogni weekend in quasi tutti gli angoli del Paese. Se la misura del successo è il cash flow, possiamo sicuramente dire che il nostro genere sta avendo un enorme successo. Se invece i nostri obiettivi sono (anche) altri, è probabilmente il momento giusto per provare a fare un salto di qualità che finora, in buona parte, ci manca.

Eviterò di sparare sulla croce rossa delle celebrità, che – da un lato – ostentano machismo ed edonismo e – dall’altro – uno spirito nazional-popolare degno degli anni d’oro di Toto Cutugno. A loro auguro buona vita, ancora più successo e ancora più soldi, ma non è certo da chi sta in cima alle classifiche (né dai marketing executive che ne governano le dinamiche…) che mi aspetto la spinta propulsiva e il coraggio per cambiare le cose. Parlo dell’underground, o meglio: parlo CON l’underground, con chi mette la penna sul foglio – da pochi mesi o da decenni – con lo spirito di tenere vivo e vero il nostro street blues oltre che di trarne, magari, un legittimo profitto. Non facciamoci legare da logiche che non ci appartengono, non facciamo che il mainstream sia un tappo che ci tiene fermi e buoni al posto che il mercato ci assegna.

La scena non è autorevole, è questo è in buona misura colpa nostra. La scena è divisa, classista, senza una direzione. Stiamo in buona parte giustificando il ruolo da macchietta che ci viene assegnato da alcuni media e dalla parte più superficiale dell’opinione pubblica. E ripeto: non do la colpa a quei pochi di noi che fanno “il personaggio” di mestiere, ma alla stragrande maggioranza che per definizione dovrebbe essere autentica fino all’ultima virgola. Dobbiamo scrivere meglio, dobbiamo interpretare meglio i cambiamenti e le esigenze delle società, dobbiamo presidiare non solo le sfilate di moda ma anche i luoghi – fisici e mentali – dove appunto la nuova società si forma. E questo non può essere il rapper milionario a farlo, ma il nostro esercito, ormai ampio ed articolato.

In uno scenario (pur molto differente dal nostro) come quello statunitense, l’underground ha trovato il suo elisir di lunga vita non scimmiottando le dinamiche della top ten ma creando le proprie, fino al punto da generare un corto circuito per cui capita perfino che in top ten ci finiscano alcuni ottimi liricisti e non solo le meteore del momento o i rapper totalmente disimpegnati. Qui da noi, dove ormai anche i sassi hanno capito che i fenomeni da talent show durano solo una stagione, sarebbe ora di alzare il livello, credere di più in noi stessi e prenderci lo spazio che finora, forse, non ci siamo nemmeno meritati. Siamo pronti?