Il blocco, seppur parziale, di WhatsApp in Cina rischia di rivelarsi una battuta d’arresto per le aspirazioni di Mark Zuckerberg sul mercato cinese. Da martedì gli utenti del sistema di messaggistica stanno riscontrando problemi. È possibile mandare messaggi di testo, ma immagini, video e audio non riescono a oltrepassare le maglie della censura. Per sfruttare a pieno i servizi occorre pertanto munirsi di una Vpn, in modo di poter aggirare il Grande Firewall posto a guardia dell’internet cinese . Come sa chiunque sia stato nel Paese soltanto così è possibile navigare liberamente. O almeno ciò sarà permesso fino a quando questi sistemi non diventeranno a loro volta oggetto di censura (il governo punta al blocco totale entro febbraio del prossimo anno). La censura appare a macchia di leopardo, un po’ come accadde nel 2009 ai servizi offerti da Google, prima che il business della grande G fosse gradualmente spinto fuori dai confini della Cina continentale: si partì reinderizzando le richieste sulla versione di Hong Kong del motore di ricerca.

Il malfunzionamento di Whatsapp appare quindi come l’ennesimo passo in avanti di Pechino nel controllo della propria rete, per monitorare le informazioni che possano in qualche modo creare problemi. La Cina è entrata in uno di quei periodi che le autorità tendono a classificare come sensibili. Il prossimo autunno si terrà il 19° Congresso del Partito comunista. Il conclave rosso non soltanto confermerà Xi Jinping segretario generale e capo di Stato per un secondo mandato di cinque anni. Sancirà anche un parziale ricambio della dirigenza e degli uomini chiave nell’economia nazionale. Il tutto mentre sottotraccia si intravedono movimenti dovuti alle diatribe interne al Pcc, con accuse che colpiscono di volta in volta personaggi vicini a questo o a quell’alto dirigente.

In parte, il blocco può inoltre essere spiegato con la volontà di censurare contenuti e messaggi sul premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo, morto giovedì scorso per un cancro al fegato dopo aver trascorso una settimana in ospedale, sotto stretta sorveglianza perché condannato a 11 anni di reclusione per sovversione dello Stato. Lo scorso 16 luglio, il gruppo canadese Citenez Lab segnalava il filtro automatico attuato sulle immagini del letterato e della moglie Liu Xia (tuttora ai domiciliari) nelle conversazioni su WeChat, il più utilizzato sistema di messaggistica in Cina con 768 milioni di utenti attivi. Il bacino d’utenza di WhatsApp è più limitato. L’applicazione è però utilizzata dagli attivisti per la difesa dei diritti civili perché considerata più sicura
Secondo l’esperto di sicurezza Nadim Kobeissi, sentito dall’Associated Press, non ci sarebbero comunque al momento prove di tentativi di decriptare i messaggi. La censura starebbe infatti puntando soltanto su immagini e materiale audio-video.

Se comunque da parziale il blocco dovesse diventare totale, allora, Pechino riuscirebbe nell’intento di indirizzare gli utenti verso piattaforme e servizi made in China e quindi più controllabili. Già oggi WeChat, Weibo (normalmente considerato la versione cinese di Twitter) e Youku surclassano i loro omologhi occidentali, dei quali gli utenti locali possono tranquillamente fare a meno.
I colossi della tecnologia continuano comunque a corteggiare la Repubblica popolare, mercato considerato imprescindibile.

Bloccato dal 2009, Facebook, casa madre di WhatsApp, sta cercando di recuperare terreno. Zuckerberg in persona ha messo in campo la propria immagine e il proprio ruolo. Si è fatto fotografare mentre corre su piazza Tian’anmen in mezzo allo smog, ha messo in bella mostra l’ultimo libro di Xi Jinping, sta prendendo lezioni di cinese, anche per parlare con la famiglia della moglie, ha incontrato il numero uno della propaganda. Se non per recuperare utenti, almeno per la pubblicità che dalla Cina potrà affluire su Fb.

(Chine Files per il Fatto)