Ho questo libro ai margini della scrivania da questo inverno. L’ho letto in apnea a febbraio, non riuscendo quasi a respirare. Quando l’ho finito, l’ho buttato via, come si allontana un’emozione che ci soffoca, un’intensità che ci fa male. Forse perché qui è scritta la sintesi, estrema e feroce, di tutto quello che amo della vita. La sua poesia, il caos, la sua insensatezza, la passione. Il linguaggio che entra come un coltello affilato nel marasma dei sentimenti e li fa esplodere in dettagli precisi, rendendoli digeribili. Umani.

A lungo, da giovane, ho sofferto di questo difetto: chiamare vita solo ciò che mi appassionava, che mi faceva piangere o ridere. In mezzo, c’era solo morte, buio e paura. Ero esagerata. Dunque quando Clarice Lispector (1925-1977) scrive in Acqua viva (Adelphi, gennaio 2017): “Esagero me stessa ed è solo allora che esisto e in un modo febbrile” lo scrive per me, per quella che ero e dalla quale mi sono salvata mettendo su famiglia e andando a vivere in campagna, dove le cose sono concrete: terra, frutti, verdure, fiori. Pioggia e aridità. Lavoro.

Nello stesso tempo, la natura appaga la mia necessità di stupore, senza il quale non posso vivere (ultimo retaggio di ciò che sono stata). Finché l’esagerazione, la sorpresa, l’emozione, le cerco e le trovo nella campagna, sono salva. Quando queste emozioni le pretendevo dal mondo, dalle relazioni, allora sì, erano dolori. E ora ecco questa scrittrice ebrea ucraina, vissuta fin da bambina in Brasile, che in un libro cerca la vertigine, sfinisce il lettore con immagini dirompenti, sgorgate da una immensa montagna primigenia, mitica.

Non è un romanzo, è piuttosto un flusso di pensiero sotto forma di lettera all’amato, assente. Amato che non ama. Uomo che vive misurato la sua esistenza. Che sa dare giusto peso agli avvenimenti, che separa il giusto dall’ingiusto, il vero dal falso, l’immaginazione dalla realtà. La scrittrice no. Lei cerca incessantemente, scrivendo, di scardinare il tempo, di fare accadere la vita sulla pagina costellandola di micropoesie, di rivelazioni fulminee, una lotta di disperante impotenza. Scrive: “Ma non so come cogliere ciò che accade adesso, se non vivendo ogni cosa che ora e adesso viene a me e non importa cosa. Lascio che il cavallo libero corra focoso di pura nobile gioia. Io che corro nervosa e solo la realtà mi delimita. E quando il giorno è alla fine sento i grilli e divento incomprensibile. Poi arriva l’alba con il suo ventre pieno di migliaia di uccellini cinguettanti. E ogni cosa che mi viene in mente io la vivo qui scrivendola. Perché voglio sentire nelle mie mani indagatrici il nervo vivo e fremente dell’oggi”. Non c’è molto da aggiungere.

Comprai il primo libro di Clarice Lispector nel 1987 (pubblicato in Brasile quando lei aveva solo 19 anni, nel 1944) perché mi era piaciuto il titolo: Vicino al cuore selvaggio, una frase tratta da Joyce. Fui travolta da una cascata di lava che pur incandescente non bruciava, scrittura istintiva ma aerea, impregnata di aria gentile e passione travolgente. Persi la testa per la Lispector e comprai tutti i suoi libri (Legami familiari, Feltrinelli 1986; La passione del corpo, Feltrinelli 1987; L’ora della stella, Feltrinelli 1989; Il segreto, La tartaruga 1999). Questi preziosi volumi confluirono poi nella mia nuova biblioteca, nella nuova città, nella mia nuova vita. Dunque quando a febbraio ho visto Acqua viva nell’elegante copertina nera e misteriosa di Adelphi sullo scaffale di una libreria, non ho resistito. C’era il mio passato (l’avrei venerata come allora?) e il mio presente (cosa è rimasto in me di quella ragazza?).

Il resto, l’ho detto. Hanno definito Clarice Lispector la Virginia Woolf del Brasile, ma trovo sia molto più vicina a un’altra mia grande passione, Marina Cvetaeva, la poetessa russa che si è uccisa nell’agosto 1941. Ci ho messo tanti mesi per scrivere di Acqua viva, perché era necessario che il pulviscolo sollevato dalla poesia della Lispector si depositasse in me.

Voglio darne un assaggio, tra le infinite sottolineature che ho fatto a questo scarno e potentissimo libro di 95 pagine: “Adesso… silenzio e leggero spavento. Perché alle cinque del mattino di oggi, 25 luglio, sono entrata in stato di grazia. E’ stata una sensazione improvvisa, ma soavissima. La luminosità sorrideva nell’aria. Esattamente questo. Ero un sospiro del mondo. Non lo so spiegare, così come non si può raccontare l’aurora a un cieco. E’ indicibile ciò che mi è accaduto in forma di sentire: ho bisogno in fretta della tua empatia. Senti con me. Era una felicità suprema”. Eccola la mia empatia, adorata Lispector.