Pochi mesi fa era ancora una ferita tra i ghiacci dell’Antartide settentrionale, nella piattaforma denominata Larsen C. Profonda 500 metri e lunga centinaia di chilometri, quella ferita nel corso degli ultimi mesi ha continuato a sanguinare e ad estendersi, a una velocità di alcune centinaia di metri al giorno. A maggio, ad esempio, in appena una settimana è cresciuta di 17 chilometri. Una progressione inesorabile, che ha portato nelle ultime settimane a colmare le poche decine di chilometri che la separavano dal mare. “Non mi sorprenderebbe se la regione collassasse prima dell’arrivo dell’inverno in Antartide, nel giro di alcuni mesi, portando al distacco di un iceberg di più di 5000 km2”, aveva spiegato lo scorso febbraio a ilfattoquotidiano.it Carlo Barbante, direttore dell’Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). Quella previsione si è adesso avverata, portando, nella prima metà di luglio del 2017, alla formazione di uno dei dieci iceberg più grandi mai generati negli ultimi 30 anni, da quando, cioè, si studia l’Antartide approfonditamente. Un colosso di circa 5800 km2, dal peso di mille miliardi di tonnellate, grande due volte il Lussemburgo. La Natura continua, quindi, a mandarci segnali, in contrasto con alcune analisi scettiche e giravolte politiche sul surriscaldamento del Pianeta, come il recente dietrofront degli Usa di Donald Trump sull’accordo di Parigi.

La progressione della spaccatura tra i ghiacci dell’Antartide è stata monitorata in questi mesi anche dallo spazio, grazie ai satelliti radar Sentinel-1 della costellazione Copernicus dell’Agenzia spaziale europea (Esa), e ai satelliti della costellazione Cosmo-SkyMe nell’ambito di un’iniziativa avviata dall’Agenzia spaziale italiana (Asi) nel 2015 per consentire alla comunità scientifica nazionale e internazionale di accedere gratuitamente ai dati del sistema satellitare. Solo pochi chilometri di ghiaccio tenevano il blocco collegato alla calotta principale del continente bianco. “Il ghiaccio di questo gigantesco iceberg potrebbe riempire 460 milioni di piscine olimpiche”, spiegano gli esperti della Swansea University, l’ateneo britannico che ha dato per primo la notizia del distacco, e che tiene sotto osservazione da più di 10 anni la piattaforma Larsen C, sin dalla formazione delle prime, piccole, crepe. “Il colossale iceberg non farà aumentare i livelli del mare, ma potrebbe rendere la calotta di ghiaccio meno stabile – sottolinea Anna Hogg, esperta di osservazioni satellitari dei ghiacciai presso l’University of Leeds, intervista da The Guardian -. È come avere un cubetto di ghiaccio in un gin tonic: non è detto che il suo scioglimento ne aumenti il volume nel bicchiere in modo considerevole”. “Per il momento – aggiunge a The Guardian Adrian Luckman, che insegna glaciologia alla Swansea University -, osserviamo un unico grande blocco. Ma è probabile che nel tempo si frammenterà”. Le conseguenze sul paesaggio antartico, secondo gli esperti, sono ancora tutte da valutare. Ci vorranno, ad esempio, anni per capire se comprometterà la stabilità e l’integrità della banchina rimasta scoperta.

Credit Copernicus Sentinel data (2017), processed by ESA, CC BY-SA 3.0 IGO