“La verità – dice Michele Girardi, docente presso il dipartimento di Musicologia e beni culturali dell’Università di Pavia – è che noi professori universitari per anni siamo stati presi a pesci in faccia ed è venuto il momento di reagire”. E’ uno sciopero che ha già raccolto oltre 5.400 adesioni quello proclamato a livello nazionale dal Movimento per la dignità della docenza universitaria, che vedrà i professori e i ricercatori di 79 Università ed Enti di ricerca italiani incrociare le braccia e astenersi dalle sessioni d’esame autunnali, tra il 29 agosto e il 31 ottobre 2017, “per protestare contro quella che è a tutti gli effetti una discriminazione”. La questione relativa, cioè, al blocco degli scatti stipendiali che ha interessato, tra il 2011 e il 2015, i dipendenti pubblici, magistrati esclusi.

“Questi scatti – spiega Ivano Cavallini, docente presso il dipartimento di Beni culturali dell’Università di Palermo – a partire dal primo gennaio 2015 sono stati sbloccati per tutti, tranne che per i docenti universitari. E il motivo, sinceramente, ancora non siamo riusciti a capirlo”. Fatto sta che il blocco degli scatti stipendiali, che per i prof è stato revocato un anno dopo, cioè a partire dall’1 gennaio 2016, ha un costo sulla pensione, e al di là di questo, denunciano i docenti, penalizza soprattutto i giovani.  “Ciò che chiediamo – scrivono i docenti firmatari della lettera che ha dato il via all’iniziativa, coordinata dai professori Carla Cuomo, dell’Università di Bologna, Carmela Cappelli, della Federico II di Napoli, Carlo Vincenzo Ferraro, del Politecnico di Torino, e Paolo D’Achille di Roma Tre – è l’adozione di un provvedimento di legge, in base al quale le classi e gli scatti stipendiali dei professori e dei ricercatori universitari vengano sbloccati a partire dal 1° gennaio del 2015, e che il quadriennio 2011-2014 sia riconosciuto ai fini giuridici, con conseguenti effetti economici solo a partire dallo sblocco delle classi e degli scatti dal 1° gennaio 2015”.

“Per noi non è solo una questione economica – sottolinea Ferraro – ma di dignità. Noi non siamo una spesa pubblica improduttiva da tagliare, né negli ultimi anni siamo rimasti in letargo, ma anzi, nonostante i continui tagli ai fondi destinati alla ricerca e alle università, grazie al lavoro di tutti gli operatori degli atenei l’Italia è ancora ottava al mondo per i suoi atenei. Noi non chiediamo aumenti di stipendio, né pretendiamo di avere indietro nulla. Però cinque anni di stop alla carriera, soprattutto per i giovani, sono significativi”. Specie, fa i conti il professore del Politecnico di Torino, se si considera che un ricercatore conquista il posto a tempo indeterminato, “o lo conquistava, sono tutte posizioni ormai a esaurimento”, a oltre 40 anni, dopo almeno 10 anni da precario. E guadagna circa 1.500 euro al mese. Il blocco degli scatti, quindi, gli costa circa 200 euro al mese in busta paga.

“Parliamo di nuove generazioni di ricercatori già in passato penalizzate da blocchi e tagli in busta paga, che peraltro lavorano in dipartimenti dove mancano le risorse per fare ricerca – racconta Ferraro – quindi non solo si trovano privi di mezzi per lavorare, ma rispetto all’Europa hanno pure bassissime possibilità di avanzare nella loro carriera. E’ come se una ditta che produce automobili chiedesse agli operai di trovare da soli i soldi per fabbricare le macchine”.

In passato i professori avevano già tentato la via della protesta, organizzando, a partire dal 2014, scioperi bianchi e manifestazioni nei rettorati, e poi scrivendo lettere a presidenti del Consiglio e della Repubblica, con oltre 10.000 firme. Ma senza vincere la propria battaglia. Così tre anni dopo si è arrivati allo sciopero, attualmente in attesa del via libera della commissione di garanzia, che minaccia di far saltare parte degli esami autunnali. “Abbiamo fatto di tutto per non mettere in difficoltà i nostri studenti, lo sciopero per noi è sempre stata l’ultima risorsa – sottolinea D’Achille – alla fine però ci hanno costretti. L’avevamo annunciato già al governo Renzi, ma come sempre non siamo stati ascoltati. Per noi ora è anche una questione di credibilità”.

Lo sciopero, assicurano i docenti che hanno già aderito, “terrà conto del diritto allo studio degli studenti e nessuno perderà l’esame”. L’astensione, infatti, riguarderà il primo degli appelli degli esami già programmati, che verrà spostato all’appello successivo. In ogni caso, comunque, i professori garantiranno almeno un appello tra il 28 agosto e il 31 ottobre, e se la sessione ne prevede uno solo, chiederanno ai loro atenei di riprogrammarlo dopo 14 giorni.

“Io aderirò allo sciopero”, sottolinea anche Annarita Angelini, docente di Storia della filosofia presso l’Università di Bologna. “Ma l’obiettivo di questa iniziativa deve essere anche quello di discutere anche della senescenza che affligge i nostri atenei, per non parlare del numero dei ricercatori a tempo determinato che prestano la loro opera per un certo numero di anni e possono essere restituiti da un momento all’altro alla più totale disoccupazione. Questo avviene per via della mancanza di turn over, ed è gravissimo, un’università vecchia è un’università morente. E assieme al problema degli scatti e delle retribuzioni, e alle differenze tra l’Italia e il resto dell’Europa, fa si che sia messa in discussione la sopravvivenza stessa dei nostri atenei”.