Italia, una linea qualunque della metropolitana, anno 2017, ora di punta di un giorno feriale. Il vagone ha un’aria un po’ stantia ed è affollato. Alzate gli occhi e vi guardate intorno: non incrociate lo sguardo di nessuno. Qualcuno ha in mano un libro o un e-reader. Qualche sparuto “irriducibile” ha in mano un giornale cartaceo. La grandissima maggioranza è invece assorta sul proprio smartphone.

Adesso immaginate la stessa scena nell’anno 1997. Molto probabilmente, il vagone è lo stesso e, certo, ha un’aria meno consumata anche se è ugualmente affollato. Tuttavia, la differenza più grande è altrove: stavolta i lettori di quotidiani sono molti di più di un manipolo di fedelissimi.

Fino a qualche anno fa, il rito laico della lettura del giornale al mattino connotava appartenenze politiche, visioni del mondo, interessi. Ed era il cuore di un ciclo dell’informazione che oggi ha, verosimilmente, già smesso di esistere. Su questa enorme rivoluzione in atto si interrogano, ogni giorno, giornalisti, editori, studiosi, lettori: l’ultima iniziativa pubblica si è tenuta il 21 giugno ed è stata organizzata da La Stampa a Torino.

E sono già in campo anche tentativi di analisi di lungo respiro: tra questi c’è senz’altro il libro “Il crepuscolo dei media”, a firma di Vittorio Meloni, in uscita in queste settimane per Laterza. Un volume che, già dalle prime pagine, parte da un dato evidente: la diffusione dei quotidiani è in caduta libera. Tra 2007 e 2016 il calo delle vendite è stato di oltre il 48%. I fattori che nel corso dei capitoli vengono chiamati in causa per spiegare il fenomeno sono, però, molteplici, complessi e di diversa natura.

Innanzitutto, osserva Meloni, c’è un elemento generazionale. Prima c’era un ricambio, ora invece c’è progressivo e ampio allontanamento dei giovani dalla lettura. I lettori che si informano abitualmente attravero i quotidiani cartacei sono gli over 65, mentre solo il 30% di 14-29enni legge carta stampata. Loro si informano in rete e sui social, “è lì che cercano e trovano l’informazione, ammesso che la si possa definire tale”, afferma quasi polemicamente l’autore.

Tuttavia, rileva in seguito, nella diminuzione dei lettori c’è anche un importante fattore sociologico: l’erosione del ceto medio, tradizionale bacino d’utenza dei quotidiani. Il giornale oggi viene percepito come un prodotto culturale e propagandistico dell’élite economica e politica. L’establishment, scrive Vittorio Meloni, è diventato lontano e ostile, si è trasformato in casta: i suoi giornali sono diventati la voce di una classe dirigente che non è più percepita come modello.

E del resto, afferma più avanti, “la carta stampata in Italia è sempre stata l’estensione dell’agone politico, il luogo per eccellenza della disputa per il potere tra le varie consorterie che contano”. I giornali stanno quindi pagando la grave pecca di parlare a una porzione sempre più ristretta di popolazione e con un linguaggio spesso non comprensibile alla maggioranza. “Un modo di scrivere pensato per i pochi che conoscono piuttosto bene protagonisti e rifermenti culturali: una scrittura, verrebbe da dire, oligarchica”.

A mettere in crisi l’editoria tradizionale c’è poi un altro virus di difficile cura, costituito dall’enorme mutamento del mercato della pubblicità. Qui i ricavi dell’editoria soffrono di un crollo anche più veloce di quello dei lettori: dal 2007, il trend della raccolta pubblicitaria ha subito una significativa riduzione nelle loro voci di competenza nei bilanci di settore. A rivoluzionare il mercato è stata soprattutto la comparsa di nuove piattaforme di raccolta: Google, Facebook, Instagram, Youtube, Snapchat. Entro cinque anni al massimo, anche in Italia i social media e i motori di ricerca assorbiranno più del 50% del mercato pubblicitario, superando definitivamente i media tradizionali.

Negli Usa, il sorpasso di Facebook e Google avverrà probabilmente già quest’anno. Del resto è il flusso di contenuti che si sta progressivamente spostando sui social media. Con un curioso rovesciamento di prospettiva. “Ormai” sottolinea Meloni “c’è un’infinità di casi in cui i media vanno al traino dei social, limitandosi a segnalare a un pubblico di spettatori o lettori tradizionali che sui social, cioè apparentemente altrove, è in corso un movimento d’opinione a favore o contro qualcosa o qualcuno.  Fino a poco tempo fa ci voleva la cassa di risonanza dei media tradizionali per rendere visibile un fenomeno che si  sviluppava sui social. Ora sono i social a fare da incubatore prima e da amplificatore poi dei temi che dominano le conversazioni”.

In questo nuovo modello informativo a venire a mancare oggi è, più di tutto, l’equazione economica di sostenibilità del business giornalistico: l’editoria è in grave crisi dei ricavi e, sostiene Meloni, “la missione non sarà più quella di raccogliere lettori attorno a un prodotto, ma di cercarli ovunque possano essere raggiunti dalle notizie. Coinvolgendoli nella comunità di interessi. Ricostruendo in forme inedite la frammentarietà del mondo. Certificando il vero, stigmatizzando il falso. Competendo su velocità, credibilità, qualità delle informazioni e delle rappresentazioni”.

Su questo crinale si gioca una partita fondamentale per la democrazia e i diritti: i media sono al crepuscolo o assistiamo a una loro trasformazione? Se immaginiamo un vagone della metropolitana nell’ora di punta nell’anno 2037, vediamo passeggeri più o meno informati rispetto a quelli di oggi?