Due giorni fa è stato il quinto anniversario dell’arresto di Raif Badawi, il blogger saudita poi condannato a 10 anni di carcere e a 1000 frustate per “offesa all’Islam”.

La “colpa” di Badawi è di aver fondato un forum online, chiamato Liberi liberali sauditi, con l’intenzione di avviare un dibattito su temi politici e religiosi: un esercizio della libertà di pensiero che in Arabia Saudita è un crimine.

La condanna è stata resa definitiva dalla Corte suprema il 6 giugno 2015. Ancora prima, il 9 gennaio, davanti alla moschea di al-Jafali a Gedda, Badawi aveva subito le prime (e per fortuna ancora ultime) 50 frustate. E non c’è solo Badawi. Il blogger è solo uno delle decine di attivisti e difensori dei diritti umani che stanno scontando lunghe pene detentive per aver esercitato in modo pacifico i loro diritti fondamentali.

Dal Canada, dove ha ottenuto asilo politico insieme ai figli, sua moglie continua a chiedere ai governi di fare qualcosa. Le campagne delle organizzazioni per i diritti umani vanno avanti: qui si può firmare l’appello di Amnesty International.

Ma l’Arabia Saudita non vuole sentire. Anche perché c’è poco altro da sentire. Il “moderato” regno saudita, che il presidente Usa Trump ha dapprima esonerato dal “Muslim ban”, poi rifornito di armi (com’è noto, anche dall’Italia) usate anche per colpire la popolazione civile dello Yemen e infine investito del ruolo di capofila della sua offensiva anti-iraniana, non è mai chiamato a rispondere delle violazioni dei diritti umani.