Da tre anni a questa parte, a Ventimiglia, l’emergenza umanitaria dei migranti bloccati al confine con la Francia è diventata la norma, anche se la logica delle istituzioni continua a gestire la situazione con provvedimenti emergenziali e delegando al volontariato la gestione dell’accoglienza.

Oggi sono oltre mille, i migranti fermi alla frontiera, il doppio delle presenze dello scorso anno, lo stesso numero registrato nello scorso agosto, nel momento di massimo afflusso.

Di questi, solo trecento possono essere accolti dal centro di transito del Parco Roja, voluto dalla Prefettura di Imperia nel luglio scorso e gestito dalla Croce Rossa Italiana, anche se è previsto un ampliamento e il ritorno ad una capienza di 700 persone. 

Per le donne e i minori, sempre più numerosi nelle ultime settimane, l’unico luogo di transito consentito è il campo “Con-Fine Solidale” autofinanziato dalla Caritas e allestito presso i locali della chiesa di Sant’Antonio, nel quartiere popolare delle Gianchette. Ma negli spazi della parrocchia di don Rito Alvarez c’è posto solo per 80 persone, per gli altri, resta come unica alternativa la strada, o meglio, le rive del fiume Roja, dove allo stato attuale sono accampati in condizioni precarie altre trecento persone, tra i quali anche decine di minori, che non hanno accesso ad acqua potabile e ai servizi igienici. 

A nulla è servita la discussa intesa tra il governo italiano e quello libico di Al Sarraj per contenere gli arrivi via mare e tantomeno le campagne finanziate dal Governo per disincentivare le partenze, il numero dei migranti che arrivano a Ventimiglia determinati a continuare il loro viaggio sale di giorno in giorno.

Per la maggioranza somali, sudanesi ed eritrei, le persone in transito sarebbero quasi tutti nelle condizioni di chiedere ed ottenere lo status di rifugiato in Italia, ma per raggiungere le proprie famiglie, paesi dove si parla una lingua conosciuta o per inseguire i propri sogni, tentano di passare la frontiera e scontrandosi contro il regolamento di Dublino, che impone ai richiedenti asilo di fermarsi nel paese di primo ingresso, e dal 2015 viene fatto applicare sistematicamente dalla polizia francese. 

Da oltre un anno, la linea del Viminale per fronteggiare questa situazione di stallo, che richiederebbe una revisione delle leggi che regolano l’immigrazione in Unione Europea, è quella di attuare una – tanto costosa quanto scarsamente efficace – politica di “decompressione territoriale”, ovvero il continuo trasferimento di gruppi di 60-100 migranti dalla frontiera fino agli hotspot del Sud Italia, con lo scopo di estenuare e disincentivare le persone a proseguire il loro viaggio.

A motivare centinaia di migranti a perseverare nella ricerca del loro sogno è la certezza che alcuni (sempre meno) riescono nell’impresa, e una volta passata in qualche modo la frontiera, riescono a ottenere una protezione umanitaria oltre confine. Tra le motivazioni delle sentenze di riconoscimento dell’Asilo in Francia, a ulteriore beffa, i giudici fanno spesso riferimento alle “disumane condizioni” in cui i migranti versavano a Ventimiglia.

Per passare la frontiera, i migranti, quando possono permetterselo, si affidano a passeur che con cinquanta-cento euro li aiutano a passare la frontiera, ma nella maggior parte dei casi tentano la fortuna percorrendo a piedi la linea ferroviaria Ventimiglia-Nizza, l’autostrada verso la Francia o i sentieri sui monti. Sono dodici i ragazzi e le ragazze, spesso ancora minorenni o appena maggiorenni, che in questi tentativi hanno perso la vita.

L’ultimo tragico incidente risale a martedì scorso e la vittima è Fathi, diciassettenne sudanese trascinato dalla corrente mentre era intento a lavare le proprie scarpe alla foce del fiume Roja e annegato davanti agli occhi delle sorelle, nello stesso mare che questo inverno ha inghiottito altri due giovani migranti di cui non si è riusciti a risalire all’identità.

Gli operatori della Caritas, i volontari e le organizzazioni non governative attive a Ventimiglia (Intersos, Medici Senza Frontiere, Terres des Hommes e Save the Children) denunciano la «perdurante e vergognosa condizione di degrado, deliberatamente alimentata nel territorio di Ventimiglia da una politica di militarizzazione e negazione dell’accoglienza» come dichiarato dall’operatrice legale di Intersos Daniela Zitarosa in seguito al drammatico avvenimento di martedì.