Si scrive Atene, si legge terzo mondo. Non chiamateli più aiuti: in sei anni di austerità, il debito è aumentato. Come Zambia, Congo e Somalia. Così, il Fondo monetario internazionale “vede” la Grecia di oggi e del futuro. Perché di sola austerità, non solo si muore, ma si pregiudica una possibile rinascita futura. La parte greca festeggia per il risultato dello scorso Eurogruppo, ovvero un altro prestito da quasi otto miliardi di euro che il governo Tsipras, però, dovrà restituire in toto tra meno di un mese come interessi, rimandando ogni eventuale discussione sulla riduzione del debito ellenico al 2018, a urne tedesche chiuse.

Se questa è una strategia che produce soddisfazione e ottimismo per il futuro, allora significa che più di qualcosa, nella percezione degli amministratori (ellenici ed europei), va registrata. Non chiamateli più aiuti, perché in ballo c’è molto altro: a cominciare dalla bieca speculazione e dalla “tesi Schaeuble” che non ha controtesi. Il feldminister delle Finanze di Berlino ha sempre negato ogni possibilità di ristrutturazione del debito, che invece è visto dal Fmi come logico passo per il domani.

L’ente presieduto da Christine Lagarde ha utilizzato per il caso greco la cosiddetta “approvazione in linea di principio”, che in passato è stata applicata durante la crisi del credito nel 1980 come un catalizzatore per il finanziamento o la riduzione del debito nel quadro di programmi sostenuti dal Fondo in Paesi altamente sottosviluppati, come Sudan, Ecuador, Zaire, Madagascar, Giamaica, Zambia, Costa d’Avorio, Kenya, Somalia, Cile, Repubblica Democratica del Congo, Messico, Nigeria.

Dall’altro lato della barricata, la Bce chiede chiarezza sulla strategia per la riduzione del debito greco per dare l’ok all’acquisizione di titoli di stato ellenici, come parte del programma quantitative easing. Un cane che si morde la coda e che non vede la trave macroscopica che giganteggia nella crisi greca: è stato prestato un fiume di denaro a chi non può restituirlo, e che dopo la medicina della troika non ha più neanche quei gioielli di famiglia che sono il pezzo forte delle privatizzazioni elleniche. Atene è condannata dai suoi numeri: fino al 2012 il debito era nella pancia di istituti privati tedeschi e francesi, oggi sulle spalle dei Paesi membri che probabilmente non rivedranno più quei soldi (l’Italia è esposta per 40 miliardi).

Nel mezzo, un Paese come la Grecia, che non ha più un briciolo di energia per tentare una ripresa: ecco il default della politica. È dal 2013 che il Fmi sostiene una doppia tesi: molti dei conti sul debito greco non tornano, e di sola austerità si finisce per schiacciare il paziente ellenico e togliergli finanche l’ultimo respiro. Perché Spagna, Portogallo e Cipro, anche se a tentoni, sono riuscite a tirarsi fuori dalle sabbie mobili? Come mai nel caso greco hanno avuto un ruolo elementi specifici ancora poco noti, come la Lista Lagarde, la partita degli idrocarburi nell’Egeo, le privatizzazioni e gli armatori? Gli 8,5 miliardi di euro destinati dall’Eurogruppo ad Atene non sono una soluzione chiara al problema del debito, ma un’ulteriore partita di giro per dare denaro con la mano sinistra e riprenderselo con quella destra. La Troika in Grecia, dopo sei anni di austerità, non ha tagliato solo i rami secchi, ma tutto l’albero.

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