Tra gli stragisti di Londra, che il 4 giugno hanno ucciso sette persone, c’è anche Youssef Zaghba, italo-marocchino di 22 anni. Il giovane, padre marocchino naturalizzato italiano e madre italiana, il 15 marzo 2016 era stato fermato a Bologna mentre cercava di imbarcarsi su un volo diretto in Turchia forse con destinazione finale la Siria. Nato a Fez nel 1995, i suoi genitori avevano vissuto insieme in Marocco e quando si erano separati la madre si era stabilita in provincia di Bologna.

A Bologna indagato per terrorismo, ma rilasciato in assenza di elementi
Youssef – come riporta il Corriere della Sera – era venuto più volte a trovarla e lo scorso anno era stato fermato con l’accusa di terrorismo internazionale. Quando fu bloccato all’aeroporto Marconi, prima di partire per Istanbul, come di prassi in questi casi, fu aperto dalla Procura un fascicolo a suo carico per terrorismo. L’iscrizione fu fatta dal procuratore aggiunto Valter Giovannini anche per sequestrargli telefono e passaporto, oggetti che gli erano stati restituiti dal momento che non erano emersi elementi particolari. Il giovane, morto nell’attacco al London Bridge, fu quasi subito rilasciato. Dopo il fermo di marzo 2016 era tornato nel capoluogo emiliano due volte, per periodi di due-tre giorni, in visita alla madre. Da allora era monitorato dall’intelligence, in contatto con Digos e Procura di Bologna. Informazioni poi condivise con le autorità britanniche.

Gli inquirenti ritengono, prosegue il Corriere, che da Bologna volesse raggiungere la Siria dopo uno scalo a Istanbul. Aveva con sé solo un piccolo zaino, il passaporto e un biglietto di sola andata: circostanze sospette, che insieme alla rotta aerea per la Turchia, ne fecero disporre il fermo per accertamenti. Per questo era stato segnalato come sospetto foreign fighter nei database internazionali. La polizia britannica ha confermato l’identità di Zaghba, specificando tuttavia che non era conosciuto dalla polizia e dall’intelligence. Scotland Yard aggiunge inoltre che l’uomo “aveva la nazionalità italiana” e viveva nell’East London come gli altri due terroristi.

Il procuratore di Bologna: “Nessun elemento che fosse un terrorista”
Quando fu fermato “all’operatore che lo controllò, disse che voleva fare il terrorista. Poi si corresse. Gli fu sequestrato l’apparecchio, ma non c’erano, secondo il tribunale del Riesame, i presupposti per ravvisare la sussistenza di un reato e ne ordinò la restituzione, e non si è potuto esaminare integralmente il contenuto di questo apparecchio informatico” ha dichiarato il procuratore di Bologna Giuseppe Amato a Radio 24. Amato ha aggiunto che “fu segnalato a Londra come possibile sospetto“. “In un anno e mezzo, è venuto 10 giorni in Italia ed è stato sempre seguito dalla Digos di Bologna. Abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare – ha detto il procuratore – ma non c’erano gli elementi di prova che lui fosse un terrorista, era un soggetto sospettato per alcune modalità di comportamento“. Zagbah è stato monitorato per mesi dalla Digos di Bologna, che lo sentì in una delle due occasioni in cui rientrò nel capoluogo emiliano per far visita alla madre. Fonti della Procura chiariscono inoltre che fu mandata immediatamente una segnalazione alle autorità inglesi.

Procuratore Roberti: “Nostra intelligence lo segnalò”
Anche il procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo ribadisce il concetto: “La nostra intelligence ha segnalato un marocchino che stava in Italia come soggetto sospetto di attività terroristica. È stato a suo tempo segnalato all’intelligence inglese – dice Franco Roberti – Per quelli che passano per l’Italia e vengono segnalati come pericolosi noi condividiamo queste informazioni con gli organismi collaterali degli altri Paesi. Però – ha aggiunto – bisogna che ci attrezziamo tutti, mi riferisco ai Paesi dell’Unione Europea. Noi siamo abbastanza attrezzati. Auspichiamo e promuoviamo questa attività di intelligence che non tutti hanno come l’abbiamo noi”. “Non conosco il contenuto dei materiali che aveva il soggetto in questione – dice ancora Roberti – non so se ci sia stata una valutazione superficiale da parte di chi doveva valutare oppure se effettivamente non ci fossero le condizioni per un fermo. Noi gli strumenti normativi ce li abbiamo non dimentichiamo che abbiamo anche un sistema di misure di prevenzione che la legge ci permette di applicare a soggetti a rischio terrorismo che intervengono quando non ci sono indizi gravi per poterli fermare ma sono ritenuti pericolosi ed è stata già applicata con successo in certi casi”.

Interrogata la madre che chiese agli investigatori di non farlo partire 
Ieri gli investigatori hanno sentito la madre, che era in ansia perché non aveva notizie del figlio. La donna, convertita all’Islam, 68 anni, era convinta che il giovane fosse a Londra a lavorare e non era a conoscenza di altre iniziative. Quando fu bloccato all’aeroporto Marconi, lei stessa implorò gli inquirenti di non farlo partire: era molto preoccupata per alcuni discorsi strani che aveva iniziato a fare.

Nella serata di martedì le autorità britanniche avevano confermato l’identità degli altri due attentatori: Khuram Butt e Rachid Redouane. Il primo è ritenuto il capo della cellula del gruppo islamista al-Muhajiroun, fondato dal predicatore musulmano radicale Anjem Choudary (attualmente in carcere) e poi messo fuori legge dalle autorità del Regno Unito. Classe ’90, cittadino britannico nato in Pakistan, Butt viveva a Barking, il quartiere nell’est di Londra dove lunedì la polizia aveva effettuato i primi raid. Secondo il Telegraph è l’uomo che compare nel documentario di Channel 4 sull’integralismo islamico nel Regno Unito mentre srotola una bandiera dell’Isis a Regent’s Park.
Mark Rowley, responsabile dell’unità anti-terrorismo di Scotland Yard, ha risposto all’accusa di essersi lasciato sfuggire Butt dopo aver aperto una indagine su di lui. Pur essendo nell’elenco ristretto dei 3mila potenziali jihadisti e sottoposto ai controlli – ha spiegato Rowley – Butt non era considerato una priorità perché non si pensava che stesse per compiere un attacco. Redouane, invece, non era noto alle forze di sicurezza britanniche: aveva 30 anni e sosteneva di essere marocchino e libico.

Le indagini sui fatti di sabato sera proseguono in un clima di polemica con la premier May che punta il dito contro polizia e intelligence. Una nuova perquisizione è in corso in un quartiere vicino alle abitazioni di due dei jihadisti. La polizia è entrata in azione a Ilford, circa tre chilometri a nord di Barking, dove vivevano almeno due dei terroristi del London Bridge: un giovane di 27 anni è stato arrestato. Sono state invece rilasciate tutte e 10 le persone fermate in questi giorni. Lo ha reso noto la polizia, precisando che ogni accusa nei loro confronti è caduta. Il provvedimento è stato deciso dopo la conferma dell’identificazione dei tre killer, tutti uccisi dagli agenti al conclusione dell’attacco.