Borgo di 236 anime, appollaiato sulle colline reatine, Turania sembra avere poco o nulla a che spartire con le vicende criminose legate alla periferia romana. In realtà, il sindaco di Turania è dal 2009 Antonio Di Maggio, classe 52, laurea in Sociologia, candidato nelle ultime elezioni comunali a capo di una lista civica. Lo stesso Di Maggio, però, è anche uno dei tre vicecomandanti della polizia locale della Capitale e a lui, nei giorni scorsi, con una determina a firma del comandante generale della polizia locale Diego Porta è stato conferito l’incarico di “coordinamento multidisciplinare di attività legate a specifici obiettivi di particolare complessità e/o emergenzialità“. Tutte le emergenze della Capitale, dall’abusivismo commerciale ai parcheggiatori abusivi, dagli sgomberi ai campi rom tornano in mano, per volontà della giunta Raggi, al vice comandante Di Maggio, soprannominato dal 2003, dentro e fuori i campi rom, “lo sceriffo” per la sua spregiudicata risolutezza.

Una figura, quella creata dall’amministrazione capitolina, anomala, mai esistita, che esprime però una scelta politica chiara e netta per quanti, negli ultimi anni, hanno avuto a che fare con il vicecomandante dal look inconfondibile: anfibi militari ai piedi abbinati a giacca e cravatta se in Campidoglio, a tuta militare se in azione sul campo. Anfibi sempre e comunque, indice indiscusso dell’uomo d’azione. Non sappiamo quanto sia stato il tempo speso da Virginia Raggi per leggere i curricula e selezionare il vicecomandante. Bastano però pochi minuti per raccogliere informazioni sulla rete. Da poco prosciolto dall’accusa di aver picchiato un immigrato senegalese durante un’operazione per la repressione della pirateria audiovisiva, nel gennaio 2008 Antonio Di Maggio era stato accusato di diffamazione dai suoi stessi colleghi e per questo sollevato dall’incarico.

Venti mesi dopo, nuova accusa: aver sparato alle gomme di un’Audi a Tor Bella Monaca e per questo i Carabinieri gli avevano sequestrato l’arma. Negli ultimi 24 mesi, in due occasioni il suo nome è finito sulle prime pagine di quotidiani nazionali. Il 1° aprile 2015 lui e la sua squadra si sono resi protagonisti di una serie di colluttazioni davanti a un centro di accoglienza in via Amarilli. Nelle immagini si vede il vice comandante che con i suoi uomini cerca di portare via un uomo spingendolo in una macchina di servizio. Nella confusione generale il fermato riesce a uscire dall’auto dei vigili urbani e uno degli agenti usa lo spray al peperoncino contro di lui. La nube colpisce sia l’uomo che le altre persone intorno, tra cui una bambina. A quel punto un agente estrae la pistola dalla tasca per puntarla sulle famiglie gridando: “Ora cominciamo”.

Venti giorni fa era stato nel corso di un’azione contro l’abusivismo commerciale da lui coordinata che aveva trovato la morte per infarto Nian Maguette, un senegalese di 53 anni sul Lungotevere CenciGian Carlo Castelli, uno dei giornalisti che meglio conosce il “sottobosco” romano ha commentato la recente promozione del comandante sceriffo Di Maggio: “Cioè la Raggi ha dato poteri straordinari (immagino su rom e ordine pubblico) all’incredibile Di Maggio (una specie di Kadyrov di Trastevere)”, ribadendo poi il disappunto in un altro post.

Personaggio particolare Antonio Di Maggio, nuovo responsabile delle emergenze romane, sopravvissuto a Rutelli, Veltroni e Alemanno, “servitore dello Stato”, simbolo di una città in agonia che rispolvera la risolutezza degli uomini forti, necessari per gestire questioni sulle quali, in campagna elettorale il Movimento 5 Stelle aveva avuto la faccia di promettere la svolta. E così, con Di Maggio che ritorna a fare lo “sceriffo” dentro i campi rom di Roma, il loro superamento resta una favola alla quale solo gli ultimi irriducibili Napalm51 ancora credono.