La Procura di Palermo ha chiesto al gip di richiedere al Senato l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni telefoniche delle conversazioni tra l’armatore Ettore Morace e Simona Vicari, parlamentare di Alternativa Popolare e da venerdì ex sottosegretaria alle Infrastrutture. La Vicari, infatti, si è dimessa perché indagata per corruzione nell’inchiesta che ha portato all’arresto di Morace e del candidato sindaco di Trapani Girolamo Fazio, oltre all’iscrizione nel registro degli indagati del presidente della Regione Siciliana Rosario Crocetta.

Quelle in cui si sente parlare l’ex sottosegretaria Vicari sono intercettazioni indirette, nel senso che le telefonate registrate erano ricevute dalla senatrice chiamata proprio da Morace. In questo contesto gli investigatori hanno registrato telefonate tra l’armatore e persone a lui vicine in cui si parla di politici come quando riferisce al padre Vittorio che: “Siamo andati a cena con il sottosegretario De Vincenti, quello che è sottosegretario alla Presidenza, quello che ci dette una mano con la Siremar”. E il riferimento è a Claudio De Vincenti (non indagato), ex sottosegretario e attuale Ministro per il Mezzogiorno. Quest’ultimo a stretto giro ha fatto sapere che  “in qualità prima di Viceministro dello Sviluppo economico e poi di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ho operato per dare soluzione alla vicenda Siremar nell’interesse generale e nel più rigoroso rispetto delle regole”.

Ma soprattutto gli investigatori hanno preso nota delle telefonate dirette tra l’armatore e la politica. La legge, però, in casi simili, prevede che per l’utilizzo a carico del parlamentare serva l’autorizzazione della Camera di appartenenza: il Senato in questo caso. Se il gip dovesse ritenere rilevanti le conversazioni, dopo aver fissato udienza con le parti, dovrà chiedere al Senato l’autorizzazione al loro utilizzo. In caso di rifiuto, le intercettazioni devono essere distrutte. Stessa sorte avrebbero qualora il gip le ritenesse irrilevanti.

Altri elementi, nel frattempo, emergono dalle carte dell’inchiesta. Riguardano ancora Girolamo Fazio, deputato regionale, ex sindaco di Trapani e ricandidato a primo cittadino nella città siciliana, arrestato venerdì. Fazio, secondo gli atti dell’indagine, minacciò la dirigente regionale pro tempore Dorotea Piazza dopo l’annullamento in autotutela del bando di gara per l’affidamento dei servizi marittimi dalla Sicilia alle Egadi e alle Eolie. In occasione di un tavolo tecnico il consigliere regionale eletto col Pdl (ma ora nel gruppo misto) disse pubblicamente anche: “La pagherete cara, è questione di tempo… ma la pagherete cara”. La dirigente regionale Dorotea Piazza presentò nel luglio 2016 un esposto alla procura facendo una dettagliata esposizione della vicenda che riguardava l’affidamento dei trasporti marittimi. Dalle conversazioni, scrivono i magistrati, si evince che Fazio sia “una vera e propria longa manus dell’armatore Morace”. I magistrati scrivono che è chiaro “l’asservimento della funzione amministrativo-pubblicistica esercitata da Fazio agli interessi privati, e prettamente economici, di Ettore Morace”. Ma nonostante ciò Fazio non sentiva riconoscenza da parte dell’armatore per la cui azienda si era “fatto un culo così”.

Nella notte, peraltro, alcuni cartelloni con scritte di solidarietà a Morace sono stati affissi davanti ai cancelli della sede della società di navigazione, la Liberty Lines, e del Trapani Calcio, di proprietà della famiglia Morace. “Siamo vicini alla famiglia Morace”, c’è scritto su uno dei cartelloni, “Io sto con Morace” recita un altro.

“Anche dalla politica non ho avuto alcun sostegno: anzi in quest’ambito la situazione è stata ancora più dura. Non mi faccia dire altro. C’è un’indagine in corso e in questi casi si deve parlare poco. Ho avuto il grandissimo appoggio dei direttori con i quali ho avuta una sintonia di metodo e di percorso assoluta. E se ho intrapreso certe scelte è stato grazie alla loro perfetta condivisione”, fa intanto sapere tramite l’Ansa Dorotea Piazza. “Poi ci sono delle scelte autonome di cui mi assumo la piena responsabilità. – conclude – Sa non cerco nessuna popolarità. Non pensavo che il mio nome uscisse così in fretta. Certo chi è rimasto coinvolto nell’indagine ha capito subito da dove è partita”.