Si parla da mesi della privatizzazione più grande del mondo. Il governo saudita vorrebbe vendere nel 2018 il 5% di Saudi Aramco, la società del petrolio nazionale. Il valore di Aramco è stato stimato a 2000 miliardi (2 trilioni) di dollari: poco più del Pil italiano e quasi il triplo di Apple, prima società al mondo per capitalizzazione.

L’idea è partita dal giovane principe Mohammed bin Salman, uomo emergente degli al Saud, ministro della Difesa e grande sostenitore dell’intervento in Yemen. Il dimezzamento dei prezzi del petrolio dal 2014 e i costi della guerra stanno mettendo in crisi le casse dello Stato e costringono ad impopolari misure di austerità. La vendita di una prima tranche pari al 5% di Aramco consentirebbe investimenti nel settore della difesa, delle rinnovabili, del turismo e, soprattutto, nei mercati finanziari internazionali.

La linea di marcia è stata tracciata nella Vision 2030 che prevede un aumento del turismo religioso da 3 a 30 milioni di presenze l’anno, espansione delle piccole e medie imprese dal 20 al 35% del Pil, incremento delle esportazioni non petrolifere dal 15 al 50% del Pil. Osservatori imprudenti hanno parlato di un Paese che si sta liberando dalla dipendenza dal petrolio. Nei Paesi Opec si parla di “diversificazione” dalla notte dei tempi. Si potrebbe prendere come data simbolo la pubblicazione di Sembrar Petróleo (seminare petrolio) nel 1936. L’intellettuale e politico venezuelano Arturo Uslar Pietri invocava allora la trasformazione del petrolio in agricoltura. Il Venezuela di oggi dimostra che passare dalle parole ai fatti è complicato.

I rischi per l’Arabia Saudita di una privatizzazione avventata sono enormi

L’Aramco non è una società qualsiasi, ma un intero Paese. Nata negli anni 30 come consorzio di multinazionali americane, Aramco è diventata interamente saudita nel 1988 ed è stata letteralmente all’origine della creazione dello Stato saudita: per esempio ha forzato la creazione di Sama (la banca centrale saudita) per gestire gli ingressi petroliferi. La quasi totalità delle esportazioni e delle entrate fiscali saudite dipendono dalla vendita del petrolio.

Il primo rischio è che il valore di 2 trilioni, suggerito da McKinsey per far venire l’acquolina al giovane principe, sia campato in aria. Gli investitori non si accontentano più delle riserve provate, visto che in futuro non tutte le riserve potrebbe venire estratte, ma vogliono una società che macini profitti. Il governo ha già dovuto diminuire le imposte di Aramco dall’85% al 50% per garantire utili netti maggiori. La scommessa è che i mancati introiti dalla tassazione sul petrolio possano essere compensati dalle entrate dei nuovi investimenti del Fondo sovrano (il Public Investment Fund al quale saranno ceduti tutti gli asset di Aramco). Tutto da dimostrare.

Il secondo rischio risiede nella trasformazione di Aramco in una società che punti a massimizzare profitto nel breve. L’Arabia Saudita deriva la sua posizione speciale dal fatto di mantenere una spare capacity da utilizzare in momenti di instabilità del mercato petrolifero, nonché per disciplinare gli altri Paesi dell’Opec. E’ molto discutibile che una società che operi secondo una logica privatistica sia interessata a mantenere questa capacità produttiva inutilizzata e che, più in generale, sia disposta a sottoporsi alle regole dell’Opec.

Il Fondo saudita è il terzo rischio. Il norvegese Government Pension Fund, il primo fondo sovrano al mondo, funziona per una ragione principale: perché è norvegese. E’ controllato dal Parlamento, opera secondo logiche trasparenti, guarda al lungo periodo. Le sue risorse non verranno utilizzate per coprire spese impreviste e buchi di bilancio. La Norvegia è un Paese isolato dalle tensioni geopolitiche internazionali con una spesa militare contenuta (1,5% del Pil contro il 14% dell’Arabia Saudita). La terra degli al Saud è distante dalla Norvegia in termini trasparenza e di rischi geopolitici almeno quanto lo sono i ghiacci artici dal deserto infuocato.

Perché la privatizzazione più grande del mondo dovrebbe interessarci?

Se lo Stato saudita, con la sua crescente popolazione giovanile disoccupata, entrerà in una spirale di crisi economica sul modello venezuelano le onde d’urto si faranno sentire su tutta la penisola araba, alimentando ancora di più l’estremismo islamico (con buona pace di chi crede che l’Isis non esisterebbe senza gli emiri del Golfo).

La seconda ragione riguarda la lotta ai cambiamenti climatici. Per coprire gli eventuali insuccessi della “diversificazione”, l’Aramco potrebbe vedersi costretta a vendere sempre più greggio per fare cassa, deprimendo ulteriormente il prezzo del petrolio. Prezzi bassi del greggio renderanno sempre più irrealistica la riduzione del 30% del suo consumo entro il 2040, unico modo per rispettare gli impegni di Parigi.