Saranno le notti romane, le statue del Foro Italico, la ricorrenza storica. Ma la vittoria di Fabio Fognini contro Andy Murray agli Internazionali 2017 ha qualcosa di magico. Ha il potere di far tifare i quasi diecimila spettatori del Centrale, tutto esaurito manco giocasse la nazionale di calcio. Di riportare per una sera il tennis italiano in cima al mondo, come non succedeva esattamente da 10 anni. Di far dimenticare tutto il resto, i problemi dell’intero movimento, proprio in una delle sue giornate più nere di sempre, in cui aveva dovuto registrare il record negativo di 16 sconfitte su 18 partite giocate dagli italiani fra qualificazioni e main draw nei primi giorni del torneo.

E non poteva che essere Fabio Fognini, a fare tutto questo. Lui che, nel bene e nel male, nel genio e nella sregolatezza, da solo è il tennis italiano dell’ultimo decennio. Di lui si è sempre detto: può perdere contro chiunque, può battere chiunque. Anche Andy Murray. Non il miglior Murray, per carità. Ma pur sempre il numero uno del mondo, campione uscente, favorito d’obbligo del tabellone. La partita è stata un capolavoro, tattico e tecnico. Il primo set quasi ridicolo: Fognini ha scherzato lo scozzese bicampione di Wimbledon e campione olimpico come fosse l’ultimo arrivato. Accelerazioni di diritto e di rovescio, palle sempre pesanti e profonde, solidità al servizio, dropshot da urlo. Mentre l’altro arrancava, lento negli spostamenti, visibilmente contrariato da tutto ciò che gli era intorno, semplicemente irriconoscibile. Anche il secondo set, in fondo, non è stato poi molto diverso. Fino al 5-1, 0-30 sul servizio di Murray, quando l’azzurro aveva in pugno la partita e ha cercato di complicarsela un pochino come suo solito, prima di chiudere col 6-2 6-4 finale nell’ovazione del Centrale. Quello stesso stadio che lo aveva fischiato (e giustamente) l’anno scorso, di fronte all’ennesima prestazione scellerata della carriera.

“Sono felice perché finalmente sono riuscito a far conoscere a Roma il vero Fognini”, ha detto a fine partita. Si gode il momento: alle porte dei 30 anni (li compirà la settimana prossima) è cresciuto, sta pure diventando padre proprio in questi giorni. Aspetta una telefonata della sua Flavia Pennetta che dovrebbe partorire nel fine settimana, potrebbe anche essere costretto a lasciare il torneo da un momento all’altro. “Non so se il telefono squilla…”, ripete, mentre l’eliminazione di Murray gli apre davanti prospettive impensabili alla vigilia nel tabellone (possibili incroci con Zverev negli ottavi, Raonic nei quarti, Wawrinka in semifinale). Meglio non pensarci:  può vincere ma anche perdere contro chiunque. Intanto, a suo modo, è entrato nella storia del tennis italiano. Non succedeva da dieci anni che un azzurro battesse il numero uno al mondo, solo in quattro c’erano riusciti prima di lui: i grandi Panatta e Barazzutti, più recentemente Nicola Pozzi e Filippo Volandri, che nel 2007 aveva sconfitto Roger Federer proprio agli Internazionali. Peccato solo che con tutto quel talento non abbia vinto mai nulla di davvero importante. Ma chissà; c’è ancora Roma, con le sue notti magiche.

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