“Il Campidoglio presenti un piano rifiuti adeguato per risolvere l’emergenza entro 22 giorni, non nel 2022”. “Sui rifiuti il Lazio è sottodimensionato, lo dice il Governo. Zingaretti ne prenda atto e lavori: impiantistica è sua competenza”. A dirsele in faccia sono Regione Lazio e Comune di Roma, il presidente Nicola Zingaretti e la sindaca Virginia Raggi. Con le strade della Capitale che sono sommerse dai rifiuti e la città avvolta da un odore nauseabondo – condizione che per una volta supera gli steccati sociali e accomuna quartieri “alti” come Parioli e Trieste alle periferie di Tor Bella Monaca e Tor Sapienza – il governatore Zingaretti trova terreno fertile per tornare a incalzare l’amministrazione Cinquestelle, “sempre con lo spirito di collaborazione di chi vuole aiutare”.

Per la Regione servono “misure urgenti, credibili ed efficaci”, come dice l’assessore all’Ambiente Mauro Buschini, perché “i piani rivoluzionari possono essere entusiasmanti, ma la normale e ordinaria gestione quotidiana ha bisogno di scelte concrete, rapide e risolutive”: il confronto, secondo l’assessore, rischia di essere impietoso perché su “378 Comuni, molti dei quali peraltro impegnati ad accettare, trattare e smaltire i rifiuti di Roma Capitale, soltanto a Roma vi è una situazione che manifesta gravissime criticità che non si registrano in nessun altro territorio”. Un gancio destro ben assestato quello del governatore, al quale da Palazzo Senatorio prova a replicare l’assessora Pinuccia Montanari. “Non c’è alcuna emergenza rifiuti” assicura: “Noi in pochi mesi abbiamo approvato e stiamo attuando un Piano che prevede l’obiettivo di raggiungere il 70 per cento di raccolta differenziata” ribadisce. In più, come afferma il segretario dei Radicali, Riccardo Magi, “la giunta regionale di centrosinistra in più di quattro anni di governo non ha saputo cambiare un piano rifiuti che ancora contempla l’ormai chiusa discarica di Malagrotta“.

Le cause dell’emergenza 
La situazione attuale ricorda in tutto e per tutto la “pre-emergenza” del luglio 2016, che portò all’ormai famosa riunione in streaming fra l’allora assessora Paola Muraro e il presidente dell’Ama, Daniele Fortini, poi defenestrato. Le cause sono molto simili. A Roma, infatti, i rifiuti indifferenziati vengono raccolti e portati in quattro impianti di trattamento meccanico-biologico: due di proprietà dell’Ama (Salario e Rocca Cencia) e due della Colari, la società dell’ex ras dei rifiuti, oggi 90enne, Manlio Cerroni, e ora commissariata per un’interdittiva antimafia. Le due strutture di Ama non godono di ottima salute, specialmente quella del Salario, e spesso lamentano guasti o vanno in sofferenza. Venerdì scorso, Raggi e Montanari hanno denunciato un “sabotaggio” di un escavatore cingolato, che si è rotto improvvisamente, mentre l’altro “a noleggio” a detta dei lavoratori è sprovvisto di condizionatore e costringe a numerose pause gli addetti.

Quanto all’impianto Colari, invece, la questione è più burocratica. Il prefetto Paola Basilone ha nominato un commissario dopo l’interdittiva in modo che il Comune di Roma fosse autorizzato a pagare il corrispettivo per il servizio reso alla città. Per tutto il mese di marzo, i cosiddetti “tmb” di Malagrotta hanno accolto poco più di 6mila tonnellate a settimana (circa 700 al giorno) contro le 8mila a pieno regime (poco sotto le 1.200 al giorno) fatte registrare dal 30 aprile all’8 maggio. A tutto ciò va aggiunto che, durante i giorni di festa, per Ama e Colari non è possibile inviare il “css”, cioè il combustibile solido secondario prodotto negli impianti di incenerimento del Nord Italia. Nei css, chiusa la stagione invernale, affrontano dei brevi periodi di manutenzione durante i quali mandano di fatto in crisi questa parte del sistema. Il risultato? File di camion ai tmb, corse saltate e interi quartieri non serviti, differenziata a terra che diventa indifferenziata e lavoro extra che non si riesce a smaltire. Il risultato è quello di questi giorni.

La disputa del tritovagliatore
Il ciclo dei rifiuti a Roma è tarato sul filo del rasoio: se qualcosa va storto, tutto il sistema va in crisi. Anche perché dipende fortemente dai privati e in particolare dalla Colari. Con Malagrotta chiusa e il gassificatore spento, restano in funzione i due tmb. In teoria ci sarebbe anche il tritovagliatore di Rocca Cencia, affittato alla srl Porcarelli, che l’ex assessora Muraro avrebbe voluto rimettere in funzione per sopperire all’inadeguatezza di quello dell’Ama, distante poche centinaia di metri: in questi giorni quest’ultimo si è rotto e di solito è molto fastidioso per i residenti perché non è coperto. Fu aperto per emergenza dall’ex sindaco Ignazio Marino, nell’attesa dell’eco-distretto oggi cancellato dai M5s. Fu proprio Daniele Fortini, che attualmente ricopre il ruolo di consulente per i rifiuti del governatore Nicola Zingaretti, a servirsi da numero uno di Ama dell’impianto del Colari, fino a revocarne l’utilizzo poco prima delle elezioni amministrative 2016. “Per uscire da questa emergenza – ha commentato su Facebook la Muraro – creata forse per giustificare una nomina da commissario, basterebbe poco solo la conoscenza dell’ impiantistica regionale e più fiducia verso i lavoratori. Mi chiedo perché ora non s’indaghi sulle responsabilità dei dirigenti, sempre gli stessi da molti anni”.

Il dialogo Regione-Colari
Proprio con l’arrivo del commissario, la società fondata da Cerroni sembra non rappresentare più il “diavolo” rappresentato fino ad oggi. A quanto apprende IlFattoQuotidiano.it, infatti, la Giunta regionale ha dato l’ok al Colari per trasferire circa 10mila tonnellate extra di Css e Cdr in Portogallo, attraverso dei viaggi in nave che dovrebbero partire nei prossimi giorni. Cosa che permetterà agli impianti di Malagrotta di viaggiare a pieno regime e all’assessora capitolina, Montanari, di rispettare la promessa di “normalizzare la situazione entro 7 giorni”, come affermato ieri su Facebook. Sempre in Regione sarebbe ripartito il “dialogo” rispetto alla diffida inviata a marzo da Colari per l’adeguamento della tariffa sui rifiuti: l’azienda privata, citando sentenze e norme di legge, chiede un aumento del corrispettivo da applicare anche al pregresso, con una cifra di contenzioso che si aggira sui 150 milioni di euro, cosa che nelle ultime settimane aveva portato esponenti di diverse forze politiche a gridare al “ricatto”. Decisivo l’arrivo del commissario Luigi Palumbo.