L’idea del chiosco ambulante è nata in Indonesia, lungo un viaggio zaino in spalla di otto mesi, dove Eva Picciati e Rod hanno scoperto il sud est asiatico anche grazie alla scelta di mangiare sempre cibo di strada. È stato in quella terra che ha preso forma La cucina zingara, un progetto che da circa due anni vede la coppia al volante di un camioncino Fiat che all’occorrenza si trasforma in un ristorante mobile capace di offrire i sapori della cucina italiana agli abitanti di Florianópolis, isola a sud del Brasile. “Ci è voluto quasi un anno per trovare il furgone ed adattarlo a food truck – racconta la 29enne reggiana – ma nel 2015 finalmente lo abbiamo inaugurato”. Specialità della coppia, pasta artigianale e “piadizze”, ovvero pizze fatte su una base di piadina. “Avere la possibilità di fare quello che vogliamo quando vogliamo ci mantiene la mente fresca e attiva. Riusciamo a gestirci da soli e abbiamo completa libertà di scelta, cosa che ho sempre voluto”.

“Riusciamo a gestirci da soli e abbiamo completa libertà di scelta, cosa che ho sempre voluto”

La differenza, nella vita di Eva, l’ha fatto proprio andare a vivere lontano dall’Italia. Perché sono otto anni che la 29enne non torna in pianta stabile nella sua Reggio Emilia. “Non ho mai sognato o pianificato di lasciare l’Italia, è una cosa che è successa gradualmente. Eppure, quando penso a quante cose ho imparato da quando sono uscita dall’Italia mi sento molto soddisfatta e vorrei mantenere lo stesso ritmo in futuro”. Infatti, la spinta che ha portato Eva a lasciare il lavoro nel 2009 non è stata tanto la necessità di scappare dalla sua situazione economica (“allora non si parlava ancora molto di crisi”) ma la voglia di vivere nuove esperienze e imparare l’inglese. Ecco quindi segnato l’inizio di una staffetta che l’ha portata a comprare un biglietto prima per Londra e poi per l’Australia, dove ha vissuto tre anni tra corsi di spagnolo, lavori nell’ambito della ristorazione e percorsi di studio. “Non è che non stavo bene a Reggio Emilia, è che non ho mai avuto motivi abbastanza convincenti per tornare in Italia”. E proprio a Sydney, Eva ha conosciuto l’uomo brasiliano che sarebbe poi diventato suo marito. “Dopo l’Australia abbiamo fatto un lungo viaggio nel sud est asiatico. Avevamo già in mente di aprire un business”, idea che è diventata realtà dopo il trasferimento in terre brasiliane.

La cucina zingara offre un menù italiano che, essendo dall’altra parte dell’oceano, è obbligato ad aggiustare alcuni ingredienti delle sue ricette. “La chiamiamo ‘cucina italiana contemporanea’ perché usiamo anche prodotti locali”. Tanto che delle “piadizze”, quella che vendono di più è “la Tedesca”, fatta con salsiccia di Blumenau, città brasiliana nello Stato di Santa Catarina che ha avuto una grande influenza tedesca. Mentre cucina simil pizze oltre Oceano, a Eva non mancano i ricordi del Belpaese. La voglia di tornare, se non in Italia almeno in Europa, non manca, peccato che “aprire un business in Italia spaventa a causa delle alte tasse alte e di un mercato della ristorazione ormai saturo – racconta la 29enne dalla sua abitazione, in un quartiere di Florianópolis incastrato tra un laghetto e l’oceano –. Un’altra cosa che mi preoccupa nel tornare è la negatività e il pessimismo che si respira in Italia”.

“Aprire un business in Italia spaventa a causa delle alte tasse alte e di un mercato della ristorazione ormai saturo”

L’ironia di vivere lontano dall’Italia si manifesta quando alcuni amici e parenti non hanno ancora ben capito perché tu abbia scelto di aprire un’attività su un’isoletta del Brasile. “Pensano che io sia perennemente in vacanza e che un giorno dovrò ritornare alla vita normale“. Eppure, più che lo stupore è la sfiducia degli italiani che la colpisce ogni volta che Eva torna a casa. “Gli italiani hanno l’abitudine di lamentarsi di tutto perché la maggior parte non conosce la realtà degli altri paesi. In Italia si sta bene ma solo chi conosce cosa c’è fuori riesce a capirlo ed apprezzarlo”. Cosa può fare la differenza, quindi? “Viaggiare. Come non notare una grandissima diversità tra chi ha vissuto all’estero e chi non l’ha mai fatto?”.