Layla è nata fra le macerie di una casa di Mosul, di notte, mentre i combattimenti imperversavano.“Mi sono venute le contrazioni mentre camminavo in mezzo alla strada – racconta a Save the Children una ragazza di 17 anni, Rehab (nome di fantasia) – Avevo molta paura per me e la mia bambina, ma mia madre e un’altra donna anziana mi hanno aiutata”.

Rehab e la sua famiglia sono stati costretti a scappare in piena notte, quando i combattimenti sono arrivati vicino alla loro casa. Le doglie poi il parto, mentre era in fuga. “E’ stato molto veloce, forse 15 minuti. Siamo rimasti fermi 30 minuti e dopo abbiamo ricominciato a correre” racconta la ragazza agli operatori della ong, mentre si trova al centro di prima accoglienza di Hamam al Alil, dove arrivano le persone in fuga dalla capitale irachena dell’Isis.

Nella struttura almeno 242mila persone si sono già registrate da quando, quasi sei mesi fa, ottobre 2016, è cominciata l’offensiva sulla città, portata avanti dall’esercito iracheno fedele a Baghdad. E appoggiato da milizie sciite, come il fronte di mobilitazione popolare, da alcuni gruppi sunniti e dalle forze della coalizione internazionale a guida Usa che offrono copertura aerea.

Proprio nei giorni scorsi, riferisce al quotidiano panarabo al Quds al Arabi un cittadino iracheno arrivato nella parte di Mosul controllata dalle forze fedeli al governo di Baghdad, “un bombardamento aereo sulla città vecchia (ancora nelle mani degli uomini del Califfato) ha causato oltre cento morti. La maggior parte donne e bambini”. Aggiungendo che “ci sono ancora molti corpi sotto le macerie delle case colpite dai missili”. Una situazione che espone i cittadini ancora bloccati nella parte della città vecchia “al rischio di morire a causa del fuoco incrociato fra le parti e di quello dell’aviazione”.

Poco lontano dai combattimenti, una sorta di normalità, almeno per i bambini, è ricominciata nella parte est di Mosul, sotto il controllo dell’esercito. “I bambini erano oppressi sotto lo Stato Islamico – racconta alla Reuters Hassan, un papà –, avevano vietato ogni cosa, perfino i giocattoli”. Durante i tre anni di controllo della città, i fondamentalisti hanno imposto il divieto di giochi con volti e occhi, inclusi molti animali antropomorfi con caratteristiche umane considerati come una forma di idolatria pagana.

I pochi giocattoli permessi “con un volto femminile dovevano essere velati, lasciando scoperti solo gli occhi. Ora nessun giocattolo è più vietato”, racconta Abu Mohamed, proprietario di un negozio nella parte della città irachena liberata. “Molti dei più grandi negozi di giocattoli sono nella parte occidentale della città e appena sarà liberata ci sarà un boom di vendite”, continua Abu Mohamed, che li importa dalla Cina. Ma il boom è già cominciato nella parte orientale, dove sono già stati aperti 15 negozi. Perché quegli oggetti, spiegano tanti genitori, possono aiutare i loro figli a superare il trauma della guerra durata tre anni.

Ma i giocattoli, racconta Taha, un altro padre alle prese con la ricerca di un gioco per il figlio, sono “solo la punta dell’iceberg. Gli uomini dell’Isis non sono musulmani, stanno distorcendo l’Islam”. L’offensiva su Mosul, secondo stime del governo iracheno, ha già prodotto almeno 430mila i civili sfollati dalla città dall’ottobre 2016, quando sono cominciate le operazioni militari. Zeid Ra’ad Al Hussein, responsabile dei diritti umani per le Nazioni Unite, ha lanciato un appello alle forze irachene e a quelle della coalizione internazionale a guida Usa per “rivedere le tattiche adottate e assicurare che l’impatto sui civili iracheni sia portato al minimo”.