“On va gagner, on va gagner”. I risultati del primo turno delle presidenziali francesi vengono sbattuti sul maxi schermo della sala delle esposizioni di Porte de Versailles, estremo sud di Parigi, e i militanti di Emmanuel Macron cominciano a cantare. “Vinceremo, vinceremo”. Per loro la partita è già chiusa, anzi non è mai nemmeno cominciata. “E’ finita con gli estremismi, ce l’abbiamo fatta”, grida Paul abbracciando sua moglie in prima fila. “C’est enorme”, gli risponde lei. Quindi parte l’inno nazionale francese cantato a cappella: tutti stringono la bandiera della Francia a fianco di quella dell’Europa. Fa parte della scenografia, ma di fronte a loro scorrono le immagini dei concorrenti del Front National e si commuovono tutti un po’ come se la parte più difficile della battaglia fosse già alle spalle. “Io l’ho saputo dal primo giorno in cui si è presentato che ce l’avrebbe fatta”, dice Marc, 25 anni e una carriera da avvocato, “questa è la prova che i partiti hanno fallito: essere di destra o di sinistra nel ventunesimo secolo non ha più senso. Contano i principi. Se fosse stato per un partito politico, Macron non avrebbe mai potuto candidarsi perché troppo giovane e avrebbe dovuto mettersi in fila ad aspettare il suo turno. Questo è il vero cambiamento. Io sono qui perché è l’unico a parlare di libertà al popolo”. All’annuncio dei risultati segue mezz’ora di festa con Calvin Harris e Martin Solveig: musica da discoteca a palla che esalta i più giovani. Quando arriva Macron però, i toni tornano quelli pacati in nome della conciliazione nazionale: “Sono pronto per essere il presidente che protegge e che aiuta chi è in difficoltà”, dice. “Vorrei che ci unissimo il più possibile intorno alla mia candidatura. La sfida non è andare a votare contro, ma rompere con il sistema che non è riuscito a rispondere ai nostri problemi negli ultimi problemi”.

Tra la folla ci sono i sostenitori della prima ora, quelli che c’erano quando ancora ci credevano in pochi e quando stare con Macron voleva dire tradire i socialisti e affossare la Francia. “E’ un momento storico”, dice una donna di 35 anni che nella vita quotidiana fa il giudice e che chiede di restare anonima, “avrà un impatto nella vita quotidiana di tutti noi. Io ho votato François Hollande alle scorse elezioni e oggi ho scelto convinta Macron. A me non importa da che parte si schiera, io guardo solo i principi. Predica la protezione dei più deboli e difende un’idea di Europa che tutti abbiamo nel sangue: a me basta. Non dico che bisogna eliminare i partiti, ma in questo momento nessuno di loro aveva la risposta giusta ai nostri problemi”.

Le previsioni parlavano di un’astensione oltre il 30 per cento e della cavalcata dell’estrema destra. Non è stato così. Per i militanti di En Marche, è successo perché c’è stato un progetto alternativo. “Lui ha capito”, dice Alfredo, 52 anni e proprietario di un’agenzia immobiliare, “che al giorno d’oggi bisogna dare risposte concrete. Pensate alle imprese: sono formate da dipendenti di tutte le posizioni politiche eppure lavorano bene insieme. Il movimento di Macron è la soluzione alla crisi dell’Europa: esporteremo anche fuori dalla Francia il modello senza partiti. I giovani ci chiedono di non essere più chiusi dentro i dogmi. Ragioniamo sui problemi: l’acqua, l’energia, il lavoro. Non possiamo più perdere tempo con destra e sinistra”. A fianco di Alfredo, c’è il compagno Pierre: “E’ il più umanista di tutti i candidati in corsa. E l’unico che pensa alla mondializzazione come a una sfida positiva. E’ un miracolo che uno come lui ce l’abbia fatta: è successo perché ha agito di testa sua e ha avuto coraggio”.

La maggior parte delle braccia che esultano al cielo oggi, nel 2012 era in piazza a festeggiare per la vittoria di François Hollande alle scorse presidenziali. Sono tutti elettori che oggi accettano di avere un candidato che pubblicamente si definisce né di destra né di sinistra e che in qualche modo dovrà portare avanti la loro idea di Paese: “La mia generazione”, dice Pierre che ha 31 anni e fa il funzionario, “è cresciuta sentendo politici litigare sulla base dell’appartenenza a questo o a quel gruppo politico. Macron è finalmente il portavoce di un progetto innovatore che vuole rivoluzionare il sistema. Vuole fare una social democrazia con un dna di sinistra. Era il progetto di Hollande, ma purtroppo lui non ce l’ha fatta”.

Non c’è solo la delusione per la sinistra a unire i militanti di Porte de Versailles. C’è anche uno dei principi che più ha trascinato nuovi sostenitori e che paradossalmente ha fatto la differenza in un momento storico dove la chiusura era data come unica vincitrice: la difesa dell’Europa. “Scrivetelo che io sono qui solo per quel motivo”, dice quasi gridando Vincent, 31 anni e un lavoro in una radio locale. “E’ ora di finirla di pensare che siamo tutti populisti delusi da Bruxelles. La Francia è uno dei fondatori dell’Ue, siamo il motore di questo progetto e l’ultimo dei nostri sogni è abbandonarlo. Finalmente c’è un politico che ha il coraggio di dirlo ad alta voce”. La festa continua tra pacche sulle spalle e sorrisi, qualche coro. Un applauso più lungo accompagna la dichiarazione del candidato dei Repubblicani François Fillon quando dice che voterà per Macron al secondo turno. Sembra quasi fatta per arrivare alla presidenza. “Non sarà una passeggiata”, dice Guy che ha 70 anni e osserva dal fondo. “Non avere un partito di sicuro complicherà le cose alle prossime elezioni legislative quando servirà una macchina ben oliata sul territorio per avere la maggioranza”. Nella sala lo sanno quasi tutti, ma è in questo momento è l’ultimo dei problemi. “Siamo qui per l’ottimismo che ci ha trasmesso Macron”, dice Lorette che fa la volontaria e ha una maglietta gialla con la scritta “En Marche!” ben in vista. “L’importante è vincere, poi tutto il resto verrà da solo”.