Da un lato i rappresentanti italiani e internazionali della Comunità ebraica che condannano la presenza di organizzazioni palestinesi all’interno del corteo del 25 aprile organizzato dall’Anpi a Roma. Dall’altro il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, che in controtendenza rispetto alla linea dettata dai vertici del suo stesso Partito democratico annuncia che una delegazione della Regione sarà presente “a tutti gli eventi” in programma nella Capitale per ricordare il giorno della Liberazione. In sottofondo, l’eco di polemiche e accuse incrociate che, come ormai da parecchi anni avviene, accompagnano le celebrazioni della giornata che ricorda la sconfitta del nazifascismo.

Neppure le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che annuncia la sua visita a Carpi e al vicino campo di concentramento di Fossoli, valgono a riportare un clima di concordia. “Questi giorni – ha dichiarato – ci riportano al sacrificio e ai meriti storici incancellabili di chi ha restituito al nostro Paese la libertà e la dignità”. Se il Capo dello Stato non entra nel merito della polemica in corso, a farlo è Piero Grasso: “Non bisogna strumentalizzare il 25 aprile per problemi che sono al di fuori di quella manifestazione”, dice Grasso, che poi aggiunge: “Tutti coloro che alla Liberazione hanno contribuito abbiano il loro spazio, indipendentemente dalle posizioni che ciascuno ha su altre questioni”.

Ragionamento, quello di Grasso, di estrema linearità. Almeno in teoria. Perché poi, nella pratica, le “altre questioni” contano eccome, nel dibattito della vigilia. E hanno a che fare innanzitutto con la annunciata presenza, come ormai da tradizione, di varie organizzazioni filopalestinesi all’interno del corteo romano. Presenza che viene ritenuta inconciliabile con quella dei rappresentanti della comunità ebraica, che hanno annunciato una manifestazione indipendente. Ad affermarlo, in queste ore, è addirittura il direttore del Centro Wiesenthal di Gerusalemme, Efraim Zuroff. La partecipazione “dell’associazione di palestinesi è una grave ingiustizia”, di fronte alla quale “gli ebrei hanno ragione” a non essere presenti “in un corteo che dà adito a confusioni storiche”. I dirigenti palestinesi di allora, aggiunge Zuroff, “ebbero in simpatia il nazismo. Il loro leader a Berlino voleva persuadere Hitler a realizzare la Soluzione finale anche con gli ebrei di Palestina”. La questione è nota, anche se vecchia di oltre mezzo secolo, e chiama in causa nientemeno che Muhammed Amin al-Husayni, il gran muftì di Gerusalemme. Il quale, all’epoca della Seconda Guerra Mondiale, offrì sostegno e collaborazione ai vertici del Terzo Reich al fine di impedire l’instaurazione di uno Stato ebraico sul suolo palestinese.

E l’Anpi, cha fa? Da un lato si difende replicando con fermezza alle critiche, denunciando in una nota “la vergognosa offensiva” in atto contro l’associazione. Dall’altro rinnova l’invito ad una partecipazione ampia e pacifica. “Siamo per la ricomposizione del fronte antifascista nel segno dell’unità”, ha dichiarato il vicepresidente dell’Anpi di Roma, Stefano Valentini, che ha precisato:  “Avere con noi i rappresentanti della comunità ebraica e della Brigata Ebraica ci farebbe molto più che piacere”. Invito che però viene rimandato al mittente, almeno a giudicare dalle parole di Flaminia Sabatello, presidente dell’associazione romana Amici di Israele che rappresenta la Brigata Ebraica. La risposta di Sabatello è infatti un laconico “assolutamente no”. Il motivo? Sempre lo stesso. “Fino a quando ci saranno organizzazioni palestinesi non sfileremo più a Roma”.

E questo è solo uno dei due fronti della polemica. L’altro, più squisitamente politico, ha a che fare col Pd. Mercoledì scorso il reggente dei dem, Matteo Orfini, aveva scelto parole dure per annunciare, per il secondo anno consecutivo, l’assenza dei dirigenti del partito dal corteo dell’Anpi a Roma, divenuto ormai, a suo dire, “un elemento di divisione”. Ne era seguito un gran coro di dichiarazioni e accuse incrociate: i contrasti tra il Pd renziano e l’Anpi, del resto, si erano già esacerbati nel corso della campagna referendaria, quando il presidente dell’associazione Carlo Smuraglia aveva sfidato apertamente l’allora premier sostenendo con forza le ragioni del No. A tentare una ricucitura in extremis sono poi intervenuti 32 senatori del Pd, che hanno firmato un appello indirizzato all’Anpi e allo stesso Orfini. “Ci auguriamo di poter ricomporre a Roma una unità vera e solidale di tutte le forze e associazioni di sinistra e antifasciste. Lo dobbiamo al popolo romano”, si leggeva nel comunicato.

La ricomposizione, almeno per quest’anno, sembra improbabile. Ma il governatore del Lazio Nicola Zingaretti si svincola dalle posizioni del suo stesso partito e annuncia: “Noi saremo presenti come Regione Lazio a tutti gli eventi che si terranno a Roma per ricordare questa giornata, perché continuiamo a credere e a scommettere nel valore dell’unità”. C’è, nel Pd romano e non solo, chi vede in questa presa di posizione il segno di una piccola insubordinazione: Zingaretti è uno dei sostenitori più convinti di Andrea Orlando al congresso del Pd, Orfini è un renziano di ferro. Eppure, contattato dal fattoquotidiano.it, il vicepresidente del Lazio Massimiliano Smeriglio, esponente di Mdp, precisa: “Sarò io a prendere parte alle manifestazioni più politiche. Andrò sia al corteo dell’Anpi sia alla manifestazione della comunità ebraica a via Balbo”. Zingaretti, invece, presenzierà alla deposizione dei fiori al Vittoriano e a Porta San Paolo, per poi recarsi insieme al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni alle Fosse Ardeatine. Una soluzione per evitare di coinvolgere il governatore nella disputa politica? “Direi che è soltanto una scelta sensata”, afferma Smeriglio. “Noi abbiamo tentato fino alla fine di ricomporre un quadro che evidentemente non si ricompone, e a quel punto abbiamo deciso di essere presenti dovunque si ricordi, a Roma, la Liberazione”.