Ha cercato di reclutare due suoi connazionali per portarli in Siria, dove anche lui si trova dal 2015. Monsef El Mkhayar, foreign fighter marocchino 22enne, è stato condannato a otto anni di carcere per terrorismo internazionale dalla Corte d’Assise di Milano. Il pm, oltre alle prove della sua “partecipazione ai combattimenti” nei territori dell’Isis, ha evidenziato soprattutto l’attività di propaganda e proselitismo da lui portata avanti dalla Siria – almeno fino alla fine dello scorso anno – nei confronti di almeno tre persone che vivono in Italia (tra loro due suoi ex amici della comunità). Un’attività di “supporto all’opera criminale dell’Islamic State messa in atto – ha detto il pm – in modo continuativo e volta a colpire in modo indifferenziato una massa di soggetti con minacce di ritorsioni seguite alle risposte negative”. Negli ultimi mesi, però, Monsef potrebbe aver deciso, anche su consiglio della famiglia, di abbandonare la Siria e tornare in Europa. Fino a qualche settimana fa i parenti erano in contatto anche con la Digos, ma i rapporti si sono improvvisamente interrotti. La sensazione degli inquirenti è che il giovane voglia davvero cercare di tornare. Tuttavia, qualora venisse rintracciato in Europa, finirebbe in carcere su mandato d’arresto europeo. Il 21enne in Siria si è sposato e ha avuto una figlia.

Chi è Monsef El Mkhayar – Nato in Marocco nel gennaio del 1995, inizia a radicalizzarsi nel 2010, quando arriva in una comunità di accoglienza per minori a Vimodrone (Milano). Poi, al compimento della maggiore età, viene trasferito in una casa alloggio. Ma nel 2013 finisce per un anno in carcere a San Vittore per spaccio e lì assume atteggiamenti ancora più radicali: non stringe la mano all’assistente sociale perché donna, smette gli abiti occidentali e fa proselitismo. Poi, il 19 gennaio 2015 non torna a casa e convince anche Tarik, suo compagno in comunità, a fare lo stesso: sono partiti per la Siria. Da là postano su Facebook le foto del loro addestramento militare, mentre impugnano armi automatiche. Tarik viene ucciso in battaglia, mentre Monsef continua a essere un mujaheddin. Intercettato confida: “Se tornerò in Italia sarà per farmi esplodere”.

Alla madre diceva: “Tornare? Io sono di Allah” – Nel corso della sua requisitoria, davanti alla Corte presieduta da Giovanna Ichino, il pm ha ricordato alcuni dei dialoghi che il giovane (che raggiunse Raqqa nel 2015 assieme ad un amico poi morto in un combattimento) ha avuto con la madre. Alla donna che gli chiedeva “Quando torni?”, Monsef rispondeva: “Ma sei fuori? Io sono stato creato per Allah“. La famiglia, infatti, ha tentato molte volte di persuaderlo a lasciare il Califfato e tornare. Il ragazzo, però, come ha spiegato il pm, ha voluto seguire il messaggio lanciato dal Califfo Al Baghdadi dalla moschea di Raqqa nel luglio del 2014, quando chiedeva di compiere “un viaggio nella direzione del martirio” richiamando in Siria i foreign fighter.

Tra le prove portate dal pm per chiedere la condanna una serie di foto e messaggi postati da Monsef su suoi profili Facebook, che cambiava in continuazione. Tra queste anche l’immagine “simbolo” di una “carta d’identità del Califfato“. Il marocchino dalla Siria avrebbe cercato di convincere prima un connazionale, anche lui ospite della comunità per minori, il quale (era tra i testi di oggi) gli rispose che lui si sentiva “italiano e cristiano“. L’amico Tarik Aboulala (deceduto), a quel punto, lo minacciò via Fb: “Quando arrivo là ti taglio la testa“. Ad un altro ragazzo marocchino della comunità Monsef avrebbe mandato diversi audio vocali per convincerlo: “Vedrai qua cosa faremo ai miscredenti“. Opera di convincimento che avrebbe cercato di portare avanti in una chat anche con un imam di Lecco che avrebbe subito anche i suoi “insulti”. La difesa, con il legale Gianpaolo Di Pietto, ha chiesto, invece, l’assoluzione.

Secondo quanto riferito da una zia, Monsef El Mkhayar avrebbe intenzione di tornare in Europa, dopo essersi dissociato dall’Isis. “Non ce la faccio più a vedere gente sgozzata, teste mozzate e tutto questo sangue”, aveva detto la donna deponendo davanti alla Corte d’Assise. “Voglio tornare in Italia, voglio uscire da qui e scappare dalla guerra perché non ho trovato quello che cercavo”, avrebbe detto ancora alla zia il giovane.

Il proselitismo – Stando all’inchiesta, nel 2014 Monsef sarebbe riuscito a convincere l’amico Tarik Aboulala, con cui condivideva una casa a Milano messa a disposizione da una comunità per minori di cui erano ospiti, a seguirlo “verso la strada di Allah“. Il 17 gennaio 2015, i due erano partiti da Bergamo per Istanbul per poi raggiungere in pullman la Siria, come dimostra una foto pubblicata il giorno dopo sul profilo Facebook di Monsef. A quel punto, i loro cellulari non hanno dato più segnali per tre mesi, periodo nel quale hanno seguito “l’addestramento militare” del Califfato.

Nel dicembre successivo dalla Siria Monsef ha aperto un altro profilo con un nuovo nickname per fare proselitismo, mentre già nel luglio 2015 i due avevano contattato un ragazzo che era stato ospite con loro in comunità tramite WhatsApp per convincerlo a raggiungerli. Davanti al suo rifiuto, erano partite le minacce con Tarik che, il 4 dicembre 2015, gli aveva scritto: “Quando arrivo là ti taglio la testa. Hai visto Francia, Francia”, facendo riferimento agli attentati di Parigi di novembre. Tarik è poi morto in un combattimento in Siria.

Lo stesso schema Monsef l’avrebbe replicato via chat anche con un marocchino di 22 anni (sentito come teste nell’udienza di oggi), anche lui ex ospite della comunità, “incitandolo ad andare a combattere” ma quest’ultimo, lo scorso dicembre, si è rivolto subito agli investigatori. La famiglia ha sempre cercato di convincere Monsef a tonare e ad abbandonare l’Isis e fino a qualche settimana fa era in contatto anche con gli investigatori. Ora questi contatti si sarebbero interrotti. La sensazione degli inquirenti è che il giovane voglia davvero cercare di tornare. Tuttavia, qualora venisse rintracciato in Europa finirebbe in carcere su mandato d’arresto europeo.