di Simone Vacatello, responsabile editoriale di Crampi Sportivi

La versione italiana del monologo tratto dal film The big Kahuna conta 1 milione e 240mila visualizzazioni su Youtube e quasi 5mila notifiche di gradimento da parte degli utenti. Il monologo, incentrato sulla gioventù, rivolge agli stessi giovani una lunga serie di consigli vaghi e vagamente buonisti, elargiti dalla prospettiva di un senior bonario, empatico. Tuttavia, probabilmente si tratta anche di uno dei monologhi più fuorvianti sul concetto di gioventù e, in generale, sui gradi di separazione che esistono tra una generazione e un’altra.

Il ritratto fornito, infatti, è quello di una fase vaga e fumosa della vita, in cui il tratto dominante rimane l’incoscienza, nel senso lato e improprio dell’assenza di consapevolezza. Tutto questo perché esiste una legge non scritta, generale e generica, per cui da giovani o non si è abbastanza consapevoli per avere la giusta autonomia di pensiero e azione.

Posto che qualsiasi generalizzazione è dannosa quando si ignorano, caso per caso, le diversità delle esperienze e dei percorsi di ognuno, possono esistere giovani consapevoli e inconsapevoli, ed è probabilmente più facile averne di consapevoli se chi è maturo si preoccupa di fornire strumenti che garantiscano autonomia di riflessione e, soprattutto, di determinazione della propria esistenza. Strumenti quali la formazione e la cultura, ma anche l’affidamento di responsabilità, lo spazio creativo, pratico e lavorativo in cui i giovani possono esprimere sé stessi scoprendosi parte di un gruppo di persone, di una comunità. Ma soprattutto, perché un individuo sia in grado di determinare sé stesso è necessario che questo sia ascoltato. Qualcosa che un monologo, ontologicamente, non può garantire.

Senza questa condizione non esistono territori di confine tra il giovane e il vecchio: sei sempre giovane finché hai qualcuno che ti insegna come vivere e ti giudica in base alla differenza di età e prospettive, non concentrandosi su quello che fai ma, più banalmente, su quello che sei. Dice: ma cosa c’entra questo col pallone. C’entra anche con il pallone, dove la questione diventa più speciosa, poiché si tratta di un’attività in cui pochi individui riescono a toccare la soglia dei vent’anni di carriera. In sostanza un calciatore è giovanissimo a 16, 17 anni, è giovane fino ai 20 ma già dieci anni più tardi, alla soglia dei trenta, diventa un anziano, un investimento a rischio: il prezzo si abbassa, il blasone delle squadre che si contendono il calciatore diventa minore e ci si incammina verso un crepuscolo più o meno pacifico della propria esperienza atletica.

Giampiero Ventura è un allenatore maturo, con la fama di essere molto bravo nel valorizzare i giovani. Dopo un paio d’anni di gestione da parte di Antonio Conte, che si affidava apertamente a giocatori più esperti, la sua nomina alla guida della Nazionale lasciava presagire un periodo in cui si sarebbe dato maggiore spazio a giocatori che fino a quel momento non avevano trovato la continuità per esprimersi.

Le ultime apparizioni azzurre, anche quelle vittoriose, hanno tuttavia evidenziato molte criticità relative al nuovo assetto della squadra e lo stesso Ventura ha chiesto spesso pazienza. Eppure, se andiamo a guardare l’età di alcuni dei calciatori convocati più spesso notiamo che Romagnoli ha 22 anni, Bernardeschi e Belotti 23, De Sciglio e Verratti 24.

In particolare Marco Verratti, all’indomani di una serie di prestazioni poco convincenti, viene indicato come il giovane che deve prendere le redini del centrocampo ma, appunto, se ancora non convince è perché è giovane, deve maturare esperienza anagrafica in quel ruolo. Marco Verratti è alla sesta stagione nel Psg, squadra con cui ha vinto finora 4 titoli nazionali e altre 9 coppe di lega. Verratti avrà giocato male, ma difficilmente può essere considerato un giovane tout court, a livello internazionale.

Insomma, quando si tratta della Nazionale italiana di calcio, così come quando si analizzano i dati della disoccupazione, è un problema quando non ci sono abbastanza giovani ma parimenti è un problema anche quando ci sono dei giovani in campo, perché devono raccogliere le redini pesanti di Pirlo, di Antognoni e così via.

Ne consegue che Marco Verratti, campione consacrato, non può permettersi di giocare male una partita senza che si punti il dito sul suo status anagrafico di giovane, scaricando su di lui non tanto una pressione relativa al peso della maglia, quanto un giudizio implicito sulle sue capacità di comprensione del ruolo e delle difficoltà che questo comporta. Una censura, insomma.

Le contraddizioni sollevate da questo ragionamento hanno la stessa origine di quelle evidenziate analizzando il monologo di The big Kahuna: la dicotomia giovane/esperto porta a generalizzazioni gratuite, superficiali, fuorvianti. Se l’Italia avesse giocato sempre bene, staremmo qui a commentare lo splendido futuro dei suoi giovani, invece ci troviamo a commentare le prestazioni di un gruppo di atleti sulla base della carta d’identità di alcuni.

Il dibattito, più che calcistico, dovrebbe essere culturale e linguistico. Il termine giovane è un refugium peccatorum, una sintesi ideale per lodare o censurare un comportamento, per dire tutto e il contrario di tutto, in base alle necessità di chi sale in cattedra.

Si tratta di un discorso che chiaramente potrebbe essere esteso a più di un contesto, specie se immerso in un dibattito politico che abusa della parola giovane per fare della retorica sicura, tranquillamente ribaltabile a seconda delle occasioni (quante volte avete sentito o letto “i giovani sono il futuro del nostro Paese” e, con la stessa facilità “i giovani non hanno voglia di lavorare nei campi, altrimenti il lavoro ci sarebbe”).

Discorso simile va fatto per Manuel Locatelli, centrocampista diciannovenne del Milan e protagonista di una stagione altalenante. Calato nel rendimento assieme al resto della sua squadra, viene etichettato spesso come giocatore non all’altezza, nonostante gli osanna dopo il gol vittoria alla Juventus nel girone d’andata.

Eppure far parte di una squadra, specie una che riparte da capo in mezzo a mille difficoltà, dovrebbe poter significare anche la libertà di sbagliare finché non si raggiunge un certo livello tutti insieme, a maggior ragione per un giocatore così inesperto. Invece la corsa al risultato produce mostri di questo tipo: ragazzi osannati dopo una buona prestazione e crocefissi dopo una serie di errori. Il mostro di cui parliamo non è certo il ragazzo in sé, ma il sistema che prova a riciclarlo a seconda delle esigenze narrative come fosse un oggetto. D’altronde chi preferisce le macchine può sempre scegliere di lasciar perdere il pallone e concentrarsi su Formula Uno o Motomondiale. Motori e lamiere non invecchiano, né tantomeno possono essere accusati di immaturità.

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