Una dissociazione per salvare i suoi figli, ma anche Andrea Agnelli. Saverio Dominello, imputato a Torino nel processo “Alto Piemonte”, ha preso la parola oggi per dissociarsi dalla ‘ndrangheta, organizzazione criminale di cui – ha ammesso – è stato un componente attivo fino al 2012, anno di arresto dei suoi due figli Salvatore e Michele nell’inchiesta “Colpo di coda” sulla cosca locale di Chivasso. A quel punto è tornato a Rosarno, città della cosca Pesce a cui è  affiliato, e ha annunciato l’interruzione delle attività.

Oggi, nel processo in cui è imputato insieme a suo figlio Rocco, l’ultrà entrato in contatto con la dirigenza della Juventus, ha fatto un passo in più e ha annunciato di lasciare l’organizzazione. “I miei figli non ne sapevano niente, lo scoprono oggi”, ha detto al gup Giacomo Marson. Poi, come riferisce il suo avvocato Domenico Putrino, ha aggiunto anche: “Mi dispiace che Agnelli sia finito in mezzo a questo show mediatico. Io sono spazzatura e gli Agnelli non vogliono entrare in contatto con la spazzatura”.

Quello di Saverio Dominello, condannato in via definitiva per associazione a delinquere di stampo mafioso nel 1996 e oggi accusato di un tentato omicidio avvenuto a Volpiano il 23 luglio 2012, non è un pentimento, perché non ha intenzione di accusare altre persone, ma di un gesto per proteggere la sua famiglia. Per questo ha scagionato suo figlio Rocco, anche lui accusato di aver partecipato al tentato omicidio: “Sono io l’esecutore materiale, lui non c’entra niente”. Un altro suo figlio Michele, condannato in primo e secondo grado nel processo “Colpo di coda”, si dice sollevato: “Non ne sapevo nulla, cado dalle nuvole – spiega fuori dall’aula -. Mi sto dando tante risposte”. “Saverio Dominello non vuole che il suo cognome e la sua famiglia siano associati al marchio della ‘ndrangheta”, riferisce l’avvocato Giuseppe Del Sorbo, altro suo difensore. Un marchio che, in aula- secondo uno dei suoi legali – ha definito come “infamante”. Dominello senior, 62 anni, potrebbe optare adesso per il processo con il rito abbreviato. Suo figlio Rocco, difeso dagli avvocati Domenico PutrinoIvano Chiesa, non ha ancora scelto il rito processuale.

Nel corso dell’inchiesta “Alto Piemonte”, condotta dalla squadra mobile di Torino e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, erano emersi gli interessi di alcuni indagati: ottenevano biglietti per le partite della Juventus da rivendere a prezzi maggiorati, tagliandi concessi agli ultras per mantenerli calmi. Tramite l’aiuto di Fabio Germani, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, Rocco Dominello è entrato in contatto con due dirigenti bianconeri: il security manager Alessandro D’Angelo e il responsabile della biglietteria Stefano Merulla, ma nessun esponente del club è indagato.

Dominello junior ha anche raccontato agli investigatori di aver incontrato il presidente Agnelli nel suo ufficio in centro a Torino, uno dei fatti per i quali la procura della Figc, guidata dal prefetto Giuseppe Pecoraro, ha deferito la Juventus e quattro manager accusandoli di aver ceduto biglietti senza rispettare le norme e di aver avuto incontri non autorizzati con la tifoseria. Ma non solo. Perché Pecoraro ha accusato Agnelli e D’Angelo di aver avuto contatti con “esponenti della malavita organizzata”, contestazione su cui è sorta una polemica non solo sportiva e giudiziaria, ma anche politica.

Intanto, come rivela il Corriere della Sera, emerge che già prima del deferimento Agnelli aveva inviato alla procura federale una memoria difensiva, la seconda, dopo quella inviata alla Dda. In quel documento il figlio di Umberto Agnelli afferma che la “ricostruzione dei fatti (della procura federale, ndr) non è aderente con quanto avvenuto”. Nella relazione ci sarebbe “un gravissimo errore”, cioè “la vittima di indebite pressioni (cioè la Juventus) è diventata artefice e complice del giro di facili guadagni derivanti dal bagarinaggio. Non è così”.