Alessandro Orsini, direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale dell’Università Luiss “Guido Carli” di Roma, dopo l’attentato di Berlino, a dicembre 2016, lo Stato Islamico torna a colpire. Nonostante le sconfitte in Siria e Iraq, è ancora radicato nel continente?

“Tutt’altro, l’ultimo anno ci ha dimostrato che l’ideologia del Califfato non ha attecchito nella comunità musulmana in Europa che, invece, l’ha respinta. Lo dico fin dagli attentati di Bruxelles del 22 marzo 2016. Dopo la strage del Bataclan, l’Isis ci aveva assicurato che i suoi attentati sarebbero aumentati nel numero e nell’efficacia. Invece la frequenza degli attacchi è calata, sono diminuiti il numero degli attentatori che prendono parte a un singolo attentato e anche le vittime. Questo vuol dire che l’ideologia del Califfato in Europa ha perso, è stata respinta”.

Nella maggior parte dei casi, a rivendicare un attentato terroristico in Europa è lo Stato Islamico, ma lei dice che il movimento non ha attecchito. Non è una contraddizione?

“Non lo è. Il consenso verso i partiti politici si misura in base ai voti nelle urne. Il consenso verso l’Isis si misura in base al numero delle persone che si fanno saltare in aria. Da quando lo Stato Islamico ha iniziato a compiere attentati in Europa, abbiamo avuto sette kamikaze nella strage del 13 novembre 2015 a Parigi, tre kamikaze a Bruxelles, nel 2016, più altri singoli che hanno sferrato attacchi come quello di Londra. Nel complesso, stiamo parlando di circa 30 persone. Ecco, i musulmani in Francia sono cinque milioni (circa 25 milioni in Europa secondo il Pew Research Center, ndr), stiamo parlando di una percentuale quasi nulla”.

Quindi?

“Quindi l’Isis in Europa è un fenomeno mediatico, che non proviene dal ventre della nostra società, ma costruito dai continui messaggi televisivi che hanno fatto scoprire l’Isis ai ragazzi europei, i quali non avevano la più pallida idea di che cosa fosse e dove si trovasse Raqqa. Vorrei ricordare che, fin dall’inizio, la principale sfida che gli uomini del Califfato ci hanno lanciato era di tipo culturale. Questa competizione l’hanno persa perché le comunità musulmane europee hanno respinto l’ideologia del terrore jihadista”.

Un esempio?

“Per rendere meglio l’idea, faccio un paragone con il terrorismo di estrema sinistra in Italia tra gli anni ’70 e ’80. Le Brigate Rosse costruirono una rete di supporto abbastanza forte nel contesto sociale italiano di quegli anni. Dopo ogni attentato, gli esecutori materiali trovavano l’appoggio di alcune aree della società che, in qualche modo, li proteggeva. Solo dopo sono finiti nelle cronache mediatiche, fattore che ne ha poi accresciuto l’attrattività. Con lo Stato Islamico è successo il contrario: almeno in Europa, prima è arrivata la televisione e poi l’Isis. Quando un jihadista sopravvive all’azione terroristica e fugge difficilmente trova riparo da qualche parte. Pensi al caso di Anis Amri, l’attentatore al mercato natalizio di Berlino, che si aggirava a Milano come un vagabondo. Ciò accade perché non esiste una rete di fiancheggiatori, non esistono cellule sviluppate e in grado di garantire protezione. Sono azioni isolate di soggetti isolati“.

Ma non è che le azioni compiute da singoli, senza coordinamento da parte dei vertici, siano la scelta dell’organizzazione stessa? In fondo ottengono il maggior risultato con il minimo sforzo: possono fare anche molte vittime, come successo a Nizza, con minori possibilità di essere rintracciati.

“Non ottengono migliori risultati ricorrendo ai lupi solitari, anzi danneggiano la propria immagine. Lo dicono i numeri: con l’eccezione di Nizza, dove il mezzo usato era particolarmente grande in un’area a grande concentrazione di persone, le vittime degli altri attentati compiuti da lupi solitari non si avvicinano nemmeno lontanamente a quelle del Bataclan (137 morti, ndr). Un attacco come quello di Parigi provoca più morti. Lo Stato Islamico vorrebbe sferrare altri attentati di quel genere, ma non ci riesce. Questo perché, come ho detto, non hanno una sufficiente rete organizzativa sul territorio a causa degli scarsi consensi. Quindi non possono che affidarsi ai lupi solitari, che sono tali perché privi di fiancheggiatori”.

Lei parla di numeri per spiegare l’appeal esercitato da Isis in Europa. Ma è possibile ignorare i circa 5 mila foreign fighter partiti per combattere in Siria? Se si contano questi, anche i numeri assumono un significato diverso.

“La formula “foreign fighters uguale terroristi” non è corretta. Noi stiamo parlando di stragi in Europa, non di persone che vanno a combattere in Siria o Iraq. Molti foreign fighter non hanno intenzione di uccidere i propri concittadini europei, nonostante appoggino un’organizzazione che si dichiara nemica dell’Occidente. Un esempio di casa nostra è quello di Giuliano Delnevo: il ragazzo si radicalizzò in Italia e andò a combattere in Siria, dove poi è morto. Non ha mai pensato di farsi saltare in aria a Genova, la sua città. Lui voleva combattere nelle terre del Califfato. Anche qui, la dimostrazione la troviamo nei numeri: secondo stime recenti, sarebbero già più di 1.000 i foreign fighter tornati in Europa dai territori del Califfato. Alcuni di loro sono delusi, altri hanno voltato le spalle all’Isis, altri sono in carcere e, infine, solo una piccolissima parte è disposta ad andare incontro alla morte jihadista. Se le nostre paure fossero fondate, per ogni foreign fighter tornato in Europa, dovremmo avere un kamikaze. Il che significa che, finora, avremmo dovuto avere mille attentati coordinati dall’Isis, mentre invece ne abbiamo avuti soltanto due, quello di Bruxelles e quello di Parigi”.

In Europa, però, ci sono anche molti predicatori radicali e reclutatori. In loro la propaganda ha attecchito.

“Per quanto riguarda i predicatori, ce ne sono diversi, ma raramente sono anche reclutatori. Questo perché sono più legati all’ideologia radicale che al gruppo in sé e perché vengono facilmente intercettati dall’intelligence. Sui reclutatori, poi, lasciamo perdere: se questi sono i risultati che hanno ottenuto in 3 anni, Isis dovrebbe licenziarli”.

Twitter: @GianniRosini