Penso che i magistrati non debbano fare politica mai. Però, se qualcuno decide di fare politica, bisognerebbe in qualche modo regolamentare il rientro in magistratura“. Sono le parole pronunciate a Dimartedì (La7) dal presidente dell’Anm, Piercamillo Davigo, che precisa: “Per un magistrato deve essere comunque una scelta etica quella di entrare in politica. Non si può pensare di vietarglielo per legge, perché in tutti i Paesi del mondo i diritti politici si tolgono ai delinquenti ed è solo in Italia che si pensa di toglierli ai magistrati. Tregua tra magistratura e politica? Non c’è mai stata. Siamo stati presi più volte a male parole e i politici non hanno rispettato gli accordi convenuti“. Davigo non vuole commentare il caso Minzolini e alla domanda del conduttore Giovanni Floris, che gli chiede se è imbarazzante che un giudice con un passato in politica possa giudicare un suo ex collega di partito, il magistrato risponde: “Non credo affatto. Noi processiamo anche i nostri colleghi e io non ho mai trovato un collega in imbarazzo. Se lo si ritiene colpevole, lo si condanna. Vede, i magistrati non ragionano in termini di ‘amico-nemico’ come i politici, ma ragionano in termini di ‘colpevole-innocente’“. Davigo poi ribadisce le critiche dell’Anm al ddl di riforma penale che contiene “norme assurde”, come quella dell’obbligo di avocazione delle indagini, e sottolinea l’ importanza delle intercettazioni nelle indagini: “Non è vero che in Italia se ne facciano più che in altri Paesi, dal momento che da noi le autorizza solo la magistratura ma altrove, ad esempio negli Stati Uniti, le fa anche l’esecutivo. Si tratta di uno strumento prezioso, non capisco perché qualcuno vuole limitarle. E non si capisce perché non si debbano fare le intercettazioni con trojan, se il reato associativo è finalizzato alla corruzione