referendum sull’abolizione dei voucher e sulla responsabilità solidale negli appalti, promossi dalla Cgil e dichiarati ammissibili dalla Consulta, si terranno domenica 28 maggio. Lo ha deciso martedì mattina il consiglio dei ministri, dopo che nelle scorse settimane il sindacato aveva chiesto al governo di stabilire al più presto la data. Sarà il 73esimo referendum nella storia della Repubblica, il 68esimo abrogativo. L’ultima consultazione – di tipo costituzionale – era stata quella sulle riforme costituzionali del 4 dicembre. Ma la fissazione della data dei referendum che modificano in pratica il Jobs Act fa partire il dibattito sull’eventualità dell’election day con le Amministrative di primavera che coinvolgeranno oltre mille Comuni. Un’opzione che, per esempio, il governo Renzi aveva scartato per il referendum abrogativo sulle trivelle del maggio 2016. Al centro di tutto, naturalmente, il fatto che le consultazioni che intendono abrogare leggi o parti di legge hanno bisogno del quorum di partecipazione al 50 per cento. La finestra delle elezioni amministrative va dal 15 aprile al 15 giugno: al voto – tra le altre città – andranno Genova, Padova, Palermo, Parma, Taranto e Verona.

A chiedere un giorno unico per amministrative e referendum sono tutta la sinistra, compresi i Democratici e progressisti (il presidente della Toscana Enrico Rossi ha chiamato in causa direttamente il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni) e anche il presidente della Puglia e candidato alla segreteria del Pd Michele Emiliano. Al referendum, aggiunge Emiliano, “voterò due sì e avrei votato anche contro il jobs act e voterei per il ripristino dell’articolo 18″. Si uniscono alla richiesta di election day anche i Cinquestelle.  “Avevamo proposto l’election day e rinnoviamo questa richiesta” conferma la segretaria della Cgil Susanna Camusso. “Vista la data scelta, sarebbe possibile far coincidere il referendum con le elezioni amministrative – dice la leader del sindacato – e non perché ci preoccupa il quorum, i Comuni al voto non sono tantissimi, sarebbe solo una scelta oculata, in un’ottica di finanza pubblica“.

Nel frattempo alla Camera continua la corsa contro il tempo per modificare il testo sui voucher. La relatrice Patrizia Maestri (Pd) ha annunciato che domani scadranno i termini della presentazione degli emendamenti in commissione. A quel punto l’esame del provvedimento dovrebbe entrare nel vivo già domani. Certo sui tempi di approvazione è difficile fare previsioni. “Non dipende solo dal nostro lavoro, ma anche dal governo – dice la Maestri – Noi cercheremo di fare il nostro meglio, abbiamo già ricevuto alcune indicazioni di possibili modifiche al testo iniziale su cui cominceremo subito a fare degli approfondimenti”. Non solo: come spiega il presidente della commissione Lavoro Cesare Damiano (Pd, sostenitore di Andrea Orlando al congresso) è ancora possibile evitare il referendum ma “sarà la Corte a decidere se di fronte a una soluzione legislativa, questa sarà adatta a evitare la consultazione”. Damiano, a RaiNews24, sottolinea che “non è solo una riverniciatura. Si torna a definire i voucher come destinati solo a ‘lavori occasionali’ cioè lavoretti. E’ un abbattimento secco di quello che può essere l’abuso. Non è un maquillage legislativo, incide nel profondo. Limita l’uso solo all’impresa senza dipendenti. Se il monte voucher utilizzati era in buona parte in capo alle aziende di grandi dimensioni, quelle aziende non potranno più utilizzarli. E neanche la Pubblica amministrazione potrà farlo, se non per attività residuali. Poi è un testo di base, possiamo ulteriormente modificarlo”.

Di “maquillage legislativo” aveva parlato proprio la Camusso in un’intervista a Repubblica. Il quesito più delicato è proprio quello che riguarda i buoni lavoro da 10 euro diventati la “nuova frontiera del precariato“. Per tentare di sminare il terreno, l’esecutivo Gentiloni punta come è noto a modificare la disciplina prima della consultazione. Per questo lo scorso 9 marzo è iniziato, in commissione Lavoro alla Camera, l’iter della proposta di modifica che ne accorpa altre 11 depositate da varie forze politiche. Rassicurazioni che da tempo non convincono la Camusso. “Il voto è il prossimo appuntamento – ha ribadito oggi – essendo Parlamento e governo assolutamente lontani dall’affrontare i temi di merito posti dai referendum, non in grado di dare soluzioni”. Per la segretaria la proposta all’esame della Camera “non svuota” il quesito, restando i voucher “uno strumento di precarietà nella Pa e nelle imprese”.

Il testo prevede il divieto all’uso dei voucher per le grandi aziende: potranno pagare le prestazioni di lavoro occasionale con questo strumento solo famiglie e piccole attività con zero dipendenti. Queste ultime però, in base alla proposta, pagheranno i voucher 15 euro invece che 10 e potranno utilizzarli solo per pagare studenti, pensionati, disabili e persone con disagio sociale, extracomunitari con permesso di soggiorno e disoccupati da oltre 6 mesi. Lo stesso varrà per chi ha uno studio professionale. Anche nel caso del lavoro agricolo stagionale i lavoratori potranno essere esclusivamente pensionati o studenti universitari con meno di 25 anni. La pubblica amministrazione sarebbe poi del tutto esclusa, tranne che per i “lavori di emergenza, come quelli dovuti a calamità o eventi naturali improvvisi, o di solidarietà“. E la Camusso ribadisce che la Cgil chiede l’abrogazione tout-court, non la modifica. “Chiediamo la cancellazione di una forma di precarietà” perché “le aziende che utilizzano i voucher lo fanno in maniera legale”. “Se fossimo davanti ad un abuso non avremmo chiesto l’abrogazione, ma il contrasto e la penalizzazione dei comportamenti illeciti. Ci troviamo di fronte, invece, all’ennesima legge che permette la degradazione del lavoro“.

L’altro quesito riguarda, invece, la piena responsabilità solidale tra appaltatore e appaltante nei confronti dei lavoratori. Oggi la normativa, modificata dalla legge Biagi e dalla legge Fornero, prevede che i lavoratori che fanno causa per il mancato pagamento di stipendi o contributi debbano citare in giudizio sia l’appaltatore sia il committente, e quest’ultimo può eccepire il cosiddetto “beneficio di preventiva escussione” del patrimonio dell’appaltatore: cioè il lavoratore, nel caso in cui i giudice gli dia ragione, deve prima tentare di recuperare il proprio credito dal proprio datore di lavoro e dai subappaltatori e solo in seguito può rivolgersi al committente.