Era stato condannato a due anni e 8 mesi di carcere e a un risarcimento di oltre 300mila euro. Ma la Corte d’Appello di Venezia ha ribaltato la sentenza nei confronti di Franco Birolo, il tabaccaio 51enne di Civè di Correzzola (Padova) che il 25 aprile del 2012 sparò ad un ladro moldavo entrato nel suo negozio, uccidendolo con un colpo di pistola regolarmente detenuta. La sentenza di primo grado, emessa poco più di un anno fa dal gup Beatrice Bergamasco nonostante la richiesta di assoluzione della procura, aveva scatenato molte polemiche. “Questa sentenza indica una precisa direzione: che il Parlamento si metta il cuore in pace e legiferi sulla legittima difesa – ha detto il governatore veneto Luca Zaia -. Perché dichiara che la difesa è sempre legittima”. Un tema che è tornato alla ribalta negli ultimi giorni con il caso di Mario Cattaneo, il ristoratore di Lodi che nella notte tra il 9 e il 10 marzo ha ucciso un ladro che aveva tentato di entrare nella sua proprietà.

Bersagliata da minacce anche attraverso i social network, Bergamasco era stata posta sotto sorveglianza. Contro la sua decisione si erano schierate molte formazioni politiche e anche il vescovo di Chioggia, monsignor Adriano Tessarollo. “Mi permetta un’ironia, signora giudice: quello che non era riuscito forse a rubare il ladro da vivo – aveva scritto il prelato nelle pagine del settimanale diocesano Nuova Scintilla – glielo ha dato il giudice, completando il furto alla famiglia, un bel vitalizio ottenuto per i suoi familiari, con l’incidente accadutogli nel suo ‘lavoro di ladro’!”. Il giudice aveva infatti stabilito un risarcimento di 325mila euro per i danni patiti dalla madre e dalla sorella del bandito, Igor Ursu.

“Se la legge e chi la rappresenta hanno il compito di educare all’uso proporzionato della forza nella legittima difesa – aveva aggiunto il vescovo – non bisogna neanche correre il rischio di trasmettere un messaggio del genere: ‘violenti, scassinatori e ladri, continuate tranquillamente la vostra criminale attività, tanto qui siete tutelati per legge, perché nessuno deve farvi del male mentre siete nell’esercizio del vostro ‘lavoro'”. Parole che erano costate a Tessarollo le critiche dell’Associazione nazionale magistrati. “Rappresentanti istituzionali non dovrebbero dare giudizi sull’attività di altri organi, come quello giudiziario – aveva sostenuto Lorenzo Miazzi, referente per il Veneto dell’Anm – senza avere la completa conoscenza dei fatti”.