Quattro anni fa, un giovane Fabio Mollo si presentava al mondo del cinema con Il sud è niente, un piccolo film indipendente carico di un pathos drammatico che conquistava buona parte della critica e che girava il mondo dei festival ricevendo consensi unanimi.

Oggi quel giovane calabrese è diventato un uomo e dal suo percorso di crescita nasce Il Padre d’Italia, una creatura ancora una volta intima e personale con cui però, si appresta finalmente a farsi conoscere anche dal grande pubblico. Ed è soltanto un bene per il cinema che il pubblico possa conoscere un regista così onesto con i sentimenti ed intelligente nel modo di raccontarli.

Quello che colpisce e sorprende piacevolmente infatti, è la capacità di Mollo di riflettere su uno dei temi centrali della nostra generazione senza cadere nella banalità di facili cliché ricattatori che troppo spesso accompagnano argomenti di questo tipo. Anzi, la forza più grande del suo nuovo film è racchiusa proprio nella purezza di uno sguardo filmico personale, mai giudicante o moralista, ma in grado di trovare una prospettiva originale ed autentica per generare grandi spunti di riflessione e momenti di forte impatto emotivo.

Il padre d’Italia sembra trarre la sua linfa vitale dalla contrapposizione binaria di due personaggi alla ricerca del proprio posto nel mondo, due personaggi che non potrebbero sembrare più distanti, a partire dal modo di vestire (onore all’ottimo lavoro sui costumi di Andrea Cavalletto), fino ad arrivare alla filosofia con cui si approcciano alla vita.

Paolo è un omosessuale chiuso e introverso, segnato da un grande amore naufragato, che nasconde i suoi tormenti emotivi dietro due occhi verde acqua profondissimi, carichi di espressività e tenerezza. Mia, invece, è una giovane donna incinta; esplosiva, vulcanica, famelica, figlia della libertà e di una vita all’insegna della stravaganza, ma che dietro lo scudo della follia e dell’imprevedibilità, cela un mondo interiore fragile e sensibile.

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Luca Marinelli e Isabella Ragonese sono probabilmente i due corpi attoriali perfetti per due personaggi tanto sfaccettati e complessi ed entrambi dimostrano ancora una volta un talento purissimo nel calarsi nei panni di Paolo e Mia per riempirli di piccolissime sfumature che rendono straordinaria la loro interazione.

Il loro incontro è l’eclissi tra due mondi che prendendosi per mano iniziano a girare all’unisono e che, per quanto lontani, non possono far altro che continuare a orbitarsi intorno. Perché in fondo rimangono due creature animate dalle stesse riflessioni sulla vita, in attesa che qualche essere speciale possa spogliarle delle loro difese per confidarsi intimamente con le proprie anime.

Il padre d’Italia è un viaggio geografico esteriore, che diventa ben presto viaggio emotivo interiore, alla scoperta di se stessi, ma soprattutto alla scoperta di un futuro possibile. Un futuro che è rappresentato principalmente dal momento in cui si smette di essere figli per diventare genitori, un futuro ricco di domande e privo di risposte certe. In questo senso la grazia sopraffina e l’intelligenza estrema con cui la scrittura di Josella Porto e Fabio Mollo si addentra nel delicato territorio della genitorialità in relazione alla natura di uomo o donna è la vera chiave di volta del film.

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Non si avverte mai il tentativo di impartire una lezione, ma soltanto la voglia di raccontare una storia, che senza tralasciare momenti di genuino divertimento, saprà parlare al cuore dello spettatore nel modo più naturale e semplice possibile.

L’impianto registico con cui Mollo veste la sua sceneggiatura poi, è davvero esemplare, perchè partendo da alcuni riferimenti chiari della nostra tradizione cinematografica, come ad esempio Una giornata particolare di Ettore Scola o Il ladro di bambini di Gianni Amelio, contamina il film di un’estetica pop figlia dell’immaginario filmico di un genio come Xavier Dolan, trovando soluzioni visive e sonore affascinanti ed emotivamente coinvolgenti. Il vero colpo d’ala infine, arriva dal montaggio straordinario di Filippo Montemurro, che riesce a rimaneggiare l’intera struttura narrativa in maniera sorprendente, modulando i ritmi e l’intensità emotiva con grande originalità e fantasia.

Questo è un cinema che trova una sua dimensione importante all’interno del panorama italiano, perché nonostante le piccole ingenuità di alcune situazioni, mostra un affiatamento encomiabile tra tutti i reparti e una cura dei dettagli che difficilmente possono vantare le produzioni italiane. Finalmente anche il nostro cinema, sulla cresta dell’onda cavalcata da alcuni giovani emergenti e promettenti, dimostra non soltanto di saper raccontare storie ricche di contenuto, ma di saper trovare il modo migliore per farlo anche nella forma e questa è la conquista più grande che si possa fare come movimento.

Dal 9 Marzo Il Padre d’Italia arriverà nelle sale italiane e se è vero che da un viaggio non si torna mai come si è partiti, non perdete il piacere di scoprire cosa può riservare questo viaggio dell’anima.