“Oggettivamente indifendibile“, “si deve dimettere”, “una leggerezza inammissibile“, “forti zone d’ombra“, “uno stile profondamente diverso“, “gravissimo“. Ai tempi della rottamazione era tutto più facile: si potevano chiedere dimissioni, si potevano pretendere passi indietro, si potevano ottenere “stili diversi”. I governi, in fondo, erano quelli degli altri, cioè di Enrico Letta. E anche i partiti erano quelli degli altri, cioè non il Pd. Il garantismo è diventato la regola aurea del Partito Democratico, lo scudo spaziale con il quale Matteo Renzi imbulletta il più renziano dei suoi collaboratori, Luca Lotti, alla poltrona da ministro dello Sport. Lotti è accusato di aver rivelato l’esistenza di un’inchiesta in corso a Luigi Marroni e Filippo Vannoni, che sono amministratore delegato di una spa di Stato – la Consip – e presidente di Publiacqua, l’azienda del servizio idrico di Firenze. Sempre a Marroni, almeno questo è il racconto del manager, ha rivelato la presenza di cimici nei suoi uffici. Tutte circostanze che Lotti nega e ha smentito anche davanti ai magistrati. Ma Lotti deve lasciare il suo posto almeno temporaneamente? “A mio giudizio assolutamente no – ha risposto Renzi a Lilli Gruber – Conosco Lotti da anni ed è una persona straordinariamente onesta, lo devono sapere sua moglie e i suoi figli. Io non scarico mai gli altri: non l’ho fatto con Delrio, Boschi e ora Lotti. Non accetto processi sommari“. Nemmeno prima, ai tempi della rottamazione, c’erano i processi sommari. Ma la richiesta di “chiarezza”, i passi indietro per “opportunità politica”, le decisioni a beneficio della “credibilità”, quelle sì.