Non è andata giù agli ammiratori di Mao Zedong che proprio nell’Hunan, provincia natale del Grande Timoniere stia sorgendo un enorme parco a tema del cristianesimo. Il progetto ha scatenato un’ondata di critiche sui social network e sui siti cinesi, riconducibili soprattutto agli ambienti neo-maoisti che negli ultimi anni hanno ripreso vigore.

A destare scandalo è l’idea che il parco abbia ricevuto il nulla osta delle autorità. Il complesso da 150mila metri quadrati, che ospita anche l’Istituto per gli studi biblici dell’Hunan, sorge a Changsha, capoluogo della provincia, attorno a una chiesa alta 80 metri la cui struttura è ispirata all’Arca di Noè.

Un forma di “invasione culturale imperialista” denuncia il sito Utopia, una delle comunità in rete più attive della sinistra cinese, che aveva conquistato notorietà tra il 2008 e il 2013, quando il pensiero maoista stava attraversando un periodo di rinnovata notorietà. Erano gli anni della stella nascente delle politica cinese, Bo Xilai, segretario del Partito comunista nella megalopoli di Chongqing e fautore di un modello di sviluppo che sapesse coniugare meglio crescita e attrazione degli investimenti con una maggiore equità sociale, riproponendo propaganda e valori che si richiamavano alla tradizione comunista. La carriera di Bo è finita con una condanna all’ergastolo per corruzione in uno scontro interno alla dirigenza. Sebbene non fosse direttamente legato al gruppo dei neo-maoisti, condivideva con loro alcune idee. La caduta del primo in occasione del Congresso del Pcc che nel 2012 ha incoronato il presidente Xi Jinping, ha portato quindi alla scomparsa anche dei gruppi dell’ultra-sinistra cinese.

Negli ultimi due anni alcune prese di posizione dello stesso Xi e un certo ammiccamento alla figura di Mao hanno spinto i neo-maoisti a rialzare la testa. D’altra parte, a più riprese, lo stesso capo di Stato ha fatto menzione alla necessità di arginare la diffusione del pensiero e dei valori occidentali nella Repubblica popolare, percepiti come viatico di forze ostili interessate a destabilizzare il Paese.

Alcuni commentatori si sono spinti fino a chiedere di demolire il sito di Changsha, riportando alla mente la campagna anti-cristiana che nel 2013 portò alla distruzione di 12mila croci e di diverse chiese nella provincia dello Zhejiang. Il tutto motivato con esigenze di pianificazione urbana, ma in realtà parte della stretta contro le forme popolari di culto.

Quanto sta avvenendo rientra nelle contraddizioni della Repubblica popolare. Ufficialmente il cristianesimo è una delle religioni riconosciute dalla Costituzione. Di recente Pechino ha iniziato a fare leva sul ritorno al confucianesimo e alla tradizione cinese per colmare un vuoto di valori riscontrato nella società. I cittadini a loro volta hanno cercato conforto in altre forme spirituali. Tra il 2007 e il 2012, sono stati oltre 2,4 milioni i cinesi che hanno scelto di battezzarsi abbracciando una qualche forma di protestantesimo. L’atteggiamento da tenere nei confronti della religione dovrebbe però essere «né reprimere ma neppure incentivare» il culto, scrive un commentatore.

Le politiche in materia di affari religiosi devono essere maneggiate con cura, spiega il tabloid Global Times, in modo da evitare confusione e conflitti. Secondo quanto riporta il giornale infatti il sostegno governativo non sarebbe per la chiesa, ma per un parco ecologico adiacente. Nel caso di Changsha a pesare è anche l’eredità maoista. In città il Grande Timoniere iniziò la sua attività di rivoluzionario. Distante appena un’ora di treno si trova inoltre Shaoshan, il villaggio natale di Mao, meta quotidiana di migliaia di pellegrini. Nell’aria risuonano canti rivoluzionari. I visitatori si affannano tra una visita alla casa della famiglia di Mao e una al museo dove sono conservati centinaia di suoi cimeli. E a conclusione della giornata depongono corone di fiori davanti alla statua che domina la piazza a lui dedicata: inchinandosi e rendendole omaggio