Nel 1953 esce negli Stati Uniti per la Gold Medal Books (canto del cigno della letteratura pulp che aveva visto tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta, intorno alla rivista Black Mask, il suo periodo d’oro), Il mio angelo ha le ali nere, di Elliott Chaze (finalmente pubblicato anche in Italia da Mattioli 1885, traduzione di Nicola Manuppelli), romanzo che diventerà ben presto un testo di culto del mondo dei lettori sotterranei.

Si tratta di un classico del noir, dove personaggi, ambientazione, atmosfere e dialoghi riescono a creare un’amalgama originale intorno a una trama che si regge sui classici canoni del genere, rendendo indimenticabili i nodi narrativi, il montaggio e il drammatico climax finale. Abissi, confine tra bene e male, grandi spazi americani, bellezze mozzafiato, morali discutibili, di questo si compone il romanzo dell’autore nativo della Louisiana.

Un uomo fugge da un carcere di massima sicurezza con in testa un piano per commettere una rapina che dovrebbe renderlo milionario: assaltare a Denver un furgone blindato carico di valori. Ma per farlo ha bisogno di un complice e lo trova in Virginia, donna dal passato misterioso, squillo d’alto bordo, dalle magnifiche gambe e gli occhi color lavanda. Tra i due nasce uno strano rapporto fatto di patetico candore e di tormentata passione che li farà precipitare verso un destino inevitabile ma che, al contempo, lascia spiazzato il lettore grazie allo stile esistenzialista e nervoso.

Da qualche mese Paginauno ha acquisito dalla storica casa editrice Giovanni Tranchida l’intera collana “Il Bosco di Latte”, un autentico Pantheon letterario di 59 volumi di classici che annovera autori come Henry James, Unamuno, Turgenev, Proust, Goethe, Lardner. E da poco sono usciti, con il doppio marchio – Giovanni Tranchida Editore e Paginauno La Casa Editrice – due autori molto importanti: Frank O’Connor con Ospiti della nazione e Liam O’Flaherty con Il cecchino, entrambi tradotti da Carmine Mezzacappa).

La prima è una raccolta di short story: quella da cui prende il titolo ha ispirato Neil Jordan per il suo film più famoso, La moglie del soldato. La seconda è una selezione piccola ma rappresentativa della produzione di racconti dell’autore. Racconti capaci di trasportare il lettore tra i protagonisti delle pagine narrate. Del resto entrambi gli autori sono maestri nel raccontare le tensioni interiori dei personaggi senza mai ricorrere a funamboliche sperimentazioni narrative, rispettosi del pubblico e consapevoli dell’importanza di una narrativa popolare accessibile a chiunque.

Tutti e due attori attivi durante la guerra civile irlandese dalla parte di Eamon de Valera che aveva rifiutato la divisione dell’Irlanda imposta dagli inglesi e che vedeva l’appoggio, per questa soluzione, del Free State guidato da Michael Collins e Arthur Griffith, narrano nei loro testi questo tragico periodo della loro nazione, senza mai trasformare nessuno in eroe (esemplare è il racconto che dà il titolo alla raccolta di Frank O’Connor, Ospiti della nazione, dove il soldato inglese che viene condotto alla fucilazione, non si accorge del controsenso della sua posizione: simpatizzante socialista che presta servizio in un esercito d’occupazione, e i giovani nazionalisti irlandesi si lasciano sopraffare dal germe della violenza che rende disumano ogni buon principio).