Europa, “Security for sale”, sicurezza vendesi. In dieci anni, tra il 2010 e il 2020, la Commissione europea ha speso quasi 3 miliardi di euro per finanziare oltre 450 progetti di ricerca per rendere l’Europa più sicura. Un fiume di denaro pubblico che è stato versato sulla protezione delle grandi infrastrutture, sull’individuazione di esplosivi, sul perfezionamento dei sistemi di comunicazione tra i servizi segreti, sull’impiego di droni e di sensori in grado di pattugliare e rendere più sicure le nostre città. Oltre a sviluppare nuove tecnologie molto avanzate, lo scopo di Bruxelles attraverso questi programmi – di cui l’ultimo in corso, che si concluderà fra tre anni, si chiama Horizon2020 – è anche costruire un mercato unico della sicurezza europea. Le industrie dei singoli Stati membri non hanno chance da sole: troppo esigui i budget a disposizione, troppo complesso il problema per poterlo affrontare da soli.

Evidentemente, però, la sicurezza non si compra: costruire un mercato – domanda e offerta – non basta a risolvere il problema della sicurezza in Europa. L’impatto sulla popolazione di questi progetti è molto scarso: terrorismo e immigrazione continuano a far paura e quasi sette cittadini europei su dieci, secondo la ricerca Eurobarometer del 2016, sostengono che Bruxelles continui a non fare abbastanza in questi due settori.

Se i cittadini non hanno percepito vantaggi, chi ha guadagnato da questo flusso di denaro? Dopo quasi un anno di ricerca, una squadra di giornalisti sparsi in diversi Paesi d’Europa – tra cui il centro italiano per il giornalismo di inchiesta IRPI – racconta l’evoluzione del comparto europeo dell’industria della sicurezza. Un mondo che esiste grazie ad un forte contributo di denaro pubblico europeo, gettato troppo spesso in progetti che non portano risultati tangibili. E che finora ha aiutato per lo più l’industria bellica a reinventarsi e sopravvivere alla crisi.

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Il modello, mai esplicitato, a cui la Commissione Europea ambisce è il Dipartimento di Sicurezza pubblica degli Stati Uniti, una sorta di ministero federale che si occupa della sicurezza interna. Irraggiungibile ancora per Bruxelles, visto che dispone di un quinto dei fondi a disposizione degli americani. Negli Stati Uniti, droni, videocamere intelligenti, sensori che fiutano esplosivi sono apparecchi in uso delle polizie a stelle e strisce, non solo di chi combatte in guerra. L’industria bellica convertita a scopo civile ha allargato il proprio numero di clienti. Negli anni Novanta molti Paesi hanno ridotto il loro budget destinato al comparto difesa, visto che il modo di fare la guerra stava cambiando. Chi non si è rinnovato, è entrato in crisi. Tra il 2006 e il 2013, scrive la Commissione europea in un documento del 2016, la ricerca made in Europe nel settore bellico è scesa quasi del 30%. Ora l’Ue ha cominciato a seguire la via tracciata oltreoceano e l’industria del comparto sicurezza bellica e civile, secondo la nostra inchiesta, sta generando solo in Europa più di trenta miliardi di euro all’anno (un terzo del mercato mondiale), dando lavoro a 180mila persone. Merito soprattutto dei 2 miliardi europei investiti per la ricerca. In Italia, Francia e Spagna i colossi del settore, in più, hanno anche lo Stato come azionista. Il rapporto tra pubblico e privato, come vedremo più avanti, è un tema cruciale per l’esistenza stessa di un comparto sicurezza a respiro europeo. Finanziarlo con denaro pubblico Ue diventa dunque anche una questione di Stato, non solo di privati.

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Leonardo-Finmeccanica è nell’Olimpo delle aziende del comparto sicurezza. Ha un fatturato annuo di 12,9 miliardi di euro all’anno, che la posiziona al terzo posto in Europa. Con i progetti made in Europe, attraverso Horizon2020 e il suo predecessore FP7, chiusosi nel 2013, l’azienda italiana ha incassato solo per la ricerca 29 milioni di euro, impensabili da raccogliere solo in Italia. Destinare fondi pubblici a grosse aziende private del settore armamenti è un risultato a cui ha contributo il lavoro di lobby svolto dal Gruppo di personalità, il gruppo di consulenti che si è scelto la Commissione nel 2004, di cui Leonardo fa parte insieme alle principali aziende del settore. Già allora, un report del Gruppo incoraggiava lo sviluppo di programmi di ricerca sull’utilizzo della tecnologia dual-use, ossia quella creata per un utilizzo militare ma che può trovare impiego anche in campo civile. E così è avvenuto. La nuova partnership tra i settori pubblico e privato doveva però fare in fretta. Undici società parte del Gruppo hanno tratto i maggiori vantaggi dalla corsa alla tecnologia, in particolare Fraunhofer Society (Germania, 69 milioni), la Swedish Defense Research Agency (Svezia, 34 milioni), TNO (Olanda, 33 milioni), Thales (Francia, 32 milioni). Nulla di strano, se non che tra gli “esperti” chiamati a raccolta dalla Commissione comparisse un solo gruppo in rappresentanza delle forze dell’ordine europee, che poi sono gli utilizzatori finali di queste tecnologie: la European Network of Law Enforcement Technology Services (ENLETS). Leonardo-Finmeccanica è stata finanziata anche attraverso altre associazioni sostenute dalla stessa Commissione, come la European Organization for Security (EOS), un gruppo europeo di lobbisti di cui per il colosso italiano fanno parte Alberto De Benedictis, Cinzia Leone e Fabio Martinelli. EOS è tra i principali beneficiari dei circa 18 milioni che hanno preso la strada verso le associazioni per il commercio.

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Nella lunga lista dei beneficiari di denaro europeo, ci sono anche gruppi industriali che non hanno nulla a che fare con Bruxelles. La maggior parte proviene da Israele. Tra loro c’è Nice System, azienda di cybersecurity che nel 2011 vendeva software intrusivi dell’italiana Hacking Team in Uzbekistan e Kazakhstan. E che continua a ricevere fondi(europei) per farlo. Anche Elbit, la società che ha costruito il muro che circonda la Striscia di Gaza e che potrebbe partecipare alla realizzazione del muro di Trump, ha ricevuto dall’Europa oltre tre milioni di euro.
Nonostante diversi casi controversi, la commistione tra gruppi privati e funzionari della Commissione è sempre difesa a spada tratta da entrambe le parti. Gli osservatori esterni, però, sono molto critici: “Il settore ricerca del comparto sicurezza è funzionale anzitutto all’industria, non ai cittadini”, sostiene Julien Jeandeboz, sociologo francese autore di un approfondimento sull’utilizzo dei fondi per la ricerca nel 2014.

“L’obiettivo è portare a casa dei contratti firmati e poi vendere la tecnologia. Impariamo come l’Unione Europea funziona e possiamo così dare una mano alla scrittura dei requisiti”, confessa alla fiera della sicurezza di Milpol, a Parigi, un rappresentante di una grande industria di armamenti francese. E aggiunge: “Non siamo organizzazioni umanitarie”.

Abbiamo chiesto conto ai ricercatori su come vengono trattati i risultati dei progetti e abbiamo parlato con circa 100 addetti ai lavori, provenienti da tutta Europa. Dei 140 responsabili di progetto contattati, solo 38 hanno risposto alle nostre domande. Sono il 27% del totale, meno di un terzo.

Peter Löffler, capo lobby per la Siemens, ha le idee chiare: “Per noi i progetti di ricerca non sono importanti. Ci interessa però sapere quali politiche future gestiranno l’industria, e su quelle ci basiamo”. E aggiunge: “Esiste una cosiddetta ‘valle della morte’, dove solo la ricerca viene finanziata e quando invece un prodotto deve essere realizzato, allora mancano i fondi. Certo, un prototipo solitamente vede la luce, ma niente che un cliente possa davvero utilizzare”. Perché ricerca e utenti finali si incontrino, la strada è ancora lunga. “La maggior parte delle idee non sopravvive”, conclude Löffler.

SUBCOP è uno di questi. L’obiettivo del progetto nel suo complesso era quello di progettare armi “less than lethal”, che letteralmente significa “meno che letali”, capaci di neutralizzare i terroristi, oppure sviluppare delle barriere scorrevoli da installare, per esempio, nelle stazioni. Nell’eventualità che un terrorista apra il fuoco o sia in procinto di innescare una bomba, le barriere verrebbero abbassate così da isolare il sospetto terrorista o la bomba dal resto dell’ambiente. Complicato. Tra i prototipi realizzati c’è A-wasp, una specie di pistola-megafono a strisce gialle e nere. Dovrebbe servire ad allertare le persone nelle vicinanze nel momento in cui un terrorista sta per farsi saltare in aria oppure a stordire lo stesso terrorista emettendo “il suono peggiore che abbiate mai sentito”, come dice il titolare dell’azienda che lo produce Matt Henry, in modo che il terrorista non azioni la bomba. Un volontario che ha partecipato alla dimostrazione ha affermato: “All’apparenza sembra una pistola da cartone animato, ma gli effetti che produce non sono affatto divertenti”. Non risulta che nessun dipartimento antiterrorismo abbia acquistato il buffo megafono. L’azienda produttrice, Cerberus Black, sta provando a proporlo come strumento per sedare le risse da strada, oppure per “gestire l’emergenza immigrazione”. Il suo futuro è incerto anche per la ricercatrice Marieke van der Horst dell’istituto di ricerca delle scienze applicate olandese TNO, partner del progetto. Ritiene però che ciò che conta maggiormente è lo sviluppo di una conoscenza da utilizzare in altri progetti e l’opportunità di coltivare rapporti con società, ricercatori e utenti del settore.

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Nella ricerca, si può obiettare, non ci sono fallimenti ma solo passi avanti. Vero, ma perseverare negli stessi errori ha del tragico. Il nuovo Gruppo di Personalità presentato nel 2015 per la creazione di un nuovo mercato europeo della difesa sembra avere gli stessi difetti di chi lo ha preceduto. Al suo interno siedono rappresentanti di colossi come Saab, BAE Systems, Leonardo-Finmeccanica e Airbus. Ancora una volta, le forze dell’ordine non sono rappresentate. I desideri di questo nuovo gruppo di lobbisti sembrano essersi appena materializzati. Alla fine dello scorso anno, la Commissione Europea ha presentato una nuova linea di finanziamenti dedicata al settore militare. Saranno 500 milioni di euro all’anno da investire nella ricerca, a cui andranno aggiunti ulteriori cinque miliardi per l’effettiva produzione di armi. Il quesito rimane, anzi raddoppia: questi fondi pubblici europei contribuiranno a rendere l’Europa più sicura oppure serviranno il solo interesse del settore privato?

 

Questo articolo è parte del progetto di giornalismo investigativo Security for Sale, a cui lavora un consorzio di giornalisti provenienti da undici Paesi europei. Il sito del consorzio è: www.securityforsale.eu. Security for Sale è stata resa possibile dal giornale olandese De Correspondent con il contributo di Journalismfund.eu.