Cosa succede quando uno Stato in grado di garantire un considerevole ammontare di diritti ai propri cittadini si apre a relazioni economiche con altri Paesi che versano in condizioni di assai minori garanzie e tutele? E’ probabile che la maggior parte di noi ritenga che, a quel punto, le abitudini virtuose dello Stato con maggiori diritti siano in grado di influenzare positivamente le viziose del Paese che ne ha meno, trascinandole con spinta propulsiva verso un inevitabile adeguamento migliorativo; eppure, questa speranza pare destinata a valere unicamente in linea teorica perché ciò che osserviamo nella pratica è l’esatto opposto: e cioè che chi ha più diritti invece di mantenerli ne perda in abbondanza e chi ne ha meno ne acquisisca solo in apparenza.

Per questo, le aperture economiche seguite ai recenti processi di globalizzazione incontrano sempre più critiche sia da parte di chi si vede sottrarre i diritti che considerava a fondamento del suo essere ed agire (in particolare nel Vecchio Continente); sia da parte di chi, superata l’euforia dell’avvio di sviluppo presentatosi in veste di boom economico, si sente ora più sfruttato che incluso, valorizzato e garantito (in particolare in Cina e in India). Ecco dunque che ciò che con sempre maggior vigore si propone come rimedio è l’esatto contrario della globalizzazione economica, ovvero: la localizzazione.

In questo episodio di Creativi di Fatto, insieme ad economisti e a filosofi come Michael Shuman, Manish Jain, Serge Latouche, Maurizio Pallante, Helena Norberg-Hodge, Gloria Germani e Rob Hopkins, puntiamo i riflettori su pratiche di localizzazione già in atto nel mondo, per capire in che modo e con quale efficacia siano in grado di rispondere alle esigenze di sviluppo del 21° secolo.

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