La Procura di Milano ha chiuso le indagini a carico di Adriano, Fabio e Nicola Riva nell’ambito del procedimento sul crac del gruppo che controllava l’Ilva di Taranto. La mossa degli inquirenti, con la notifica dell’avviso di conclusione dell’inchiesta con al centro i reati, a vario titolo, di bancarotta, truffa allo Stato e trasferimento fittizio di valori, arriva appena tre giorni dopo il rigetto delle richieste di patteggiamento dei tre indagati, che avevano avuto l’ok dei pm, da parte del gip Maria Vicidomini. Il gip aveva bocciato sia le istanze sulle pene ritenute troppo basse (tra i 2 e i 5 anni) che l’intesa con cui i Riva, lo scorso dicembre, hanno dato l’assenso a far rientrare in Italia 1,33 miliardi di euro per metterli a disposizione della bonifica ambientale dello stabilimento tarantino. L’avviso di chiusura indagini, notificato venerdì pomeriggio ai legali delle difese, è l’atto formale che di norma prelude alla richiesta di rinvio a giudizio. I tre indagati potranno, sulla carta, giocarsi comunque nuovamente la carta del patteggiamento della pena davanti a un gup diverso da quello che nei giorni scorsi l’ha bocciata.

Nell’inchiesta, appena chiusa dai pm Stefano Civardi e Mauro Clerici Adriano Riva, fratello di Emilio, l’ex patron del colosso siderurgico scomparso tre anni fa, è accusato di bancarotta, truffa allo Stato e trasferimento fittizio di valori. Davanti al gip aveva chiesto di patteggiare 2 anni e mezzo. Nicola Riva, invece, figlio di Emilio, risponde di bancarotta e per lui martedì scorso è stato respinto un patteggiamento a 2 anni. Fabio Riva, altro figlio di Emilio, è indagato anche lui per bancarotta, ma gli è stata già inflitta una condanna in un procedimento ‘parallelo’ e puntava a patteggiare un anno per il crac in continuazione con altri 4 anni di pena già definitivi.

Il gip nel rigettare i patteggiamenti ha scritto che le richieste “non possono essere accolte per assoluta incongruità delle pene concordate (…) a fronte dell’estrema gravità dei fatti contestati, costituiti (…) da plurimi reati di bancarotta fraudolenta caratterizzati da numerose distrazioni asseritamente realizzate attraverso le complesse operazioni”, ricostruite dai pm, “di importi rilevantissimi ai danni della società Riva Fire spa e Ilva spa”. Giudice che ha bocciato anche l’intesa con cui i Riva, lo scorso 2 dicembre, hanno dato l’assenso a far rientrare il miliardo e 330 milioni di euro, in gran parte sequestrato in una delle indagini condotte dalla Gdf e congelato su un conto in Svizzera, per metterlo a disposizione della bonifica ambientale dell’Ilva.

Per il gip si tratta, però, soltanto di una “bozza di transazione” che raggruppa “in maniera generica una molteplicità di reciproche rinunce ad azioni esercitabili in sede civile, amministrativa e penale” e “rischia di tradursi in una sostanziale e totalizzante abdicazione (…) alla tutela di molteplici e variegati interessi non solo da parte degli imputati ma anche del commissario straordinario di Ilva spa e del curatore speciale di Riva Fire” nei confronti di coloro che hanno il diritto ad essere risarciti.
Ora, dal punto di vista del procedimento penale, dopo il deposito atti per legge dovranno passare almeno 20 giorni prima della richiesta di rinvio a giudizio che arriverà sul tavolo del gup, il quale dovrà fissare l’udienza preliminare. In quella sede le difese, anche in accordo con i pm, potranno presentare nuovamente istanze di patteggiamento.