Ribadisce il “vincolo inscindibile” con Israele, che va tutelato dalle “ambizioni nucleari dell’Iran“. Respinge “le azioni ingiuste dell’Onu”. Cambia paradigma sulla soluzione della questione israelo-palestinese, aprendo alla possibilità di mandare in soffitta la soluzione dei due Stati. Annuncia di voler “spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme“. Ma consiglia all’alleato di “contenersi un po’ sugli insediamenti”. Donald Trump conferma al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu l’appoggio annunciato in campagna elettorale.

In compagnia di Melania per la prima volta in un’occasione ufficiale nei panni della first lady, il presidente degli Stati Uniti ha accolto alla Casa Bianca il primo ministro israeliano con la moglie Sara nel primo incontro tra i due leader dall’insediamento del repubblicano alla presidenza. Una visita cruciale per i rapporti tra i due Paesi, che cade in un momento di particolare confusione per l’amministrazione a stelle e strisce dopo le dimissioni del consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn e le rivelazioni del New York Times circa presunti contatti avvenuti tra lo staff del tycoon e i servizi segreti di Mosca.

“Respingiamo le azioni unilaterali e ingiuste da parte delle Nazioni Unite contro Israele”, ha affermato Trump nella conferenza stampa al termine dell’incontro. Lo Stato di Israele “va trattato giustamente nei consessi internazionali”, ha aggiunto il capo della Casa Bianca, sottolineando “il legame indistruttibile con il caro alleato” descritto come “simbolo di resilienza contro l’oppressione e di sopravvivenza di fronte al genocidio“. Israele affronta “enormi problemi di sicurezza”, a partire dalle “ambizioni nucleari dell’Iran”, con il quale si è stretto “uno degli accordi peggiori che io abbia mai visto”, ha detto il presidente degli Stati Uniti in riferimento all’intesa raggiunta il 14 luglio 2015 dal cosiddetto gruppo “5+1” con Teheran e patrocinato da Barack Obama.

Particolarmente significativo il cenno alla soluzione dei due Stati. “Che la soluzione sia a uno o due Stati, quella che loro preferiscono”, l’importante è che sia pace, ha detto Trump sottolineando la necessità che siano direttamente le due parti, israeliani e palestinesi, a trovare una soluzione in negoziati diretti. Un cambio di rotta netto rispetto alla dottrina seguita da Barack Obama: quello dei “due Stati, due popoli” è il principio su cui si sono basate le trattative di pace tra israeliani e palestinesi a partire dall’accordo di Oslo del 1993. “Negli anni ci sono stati degli accordi sbagliati – ha detto in merito Netanyahu, ribadendo le condizioni poste da Israele per un accordo – i presupposti per la pace non sono cambiati: i palestinesi devono riconoscere lo Stato ebraico, devono smettere di chiedere la distruzione di Israele, e ogni accordo ovviamente deve mantenere la sicurezza della Cisgiordania”.

Trump ha quindi ribadito la volontà della sua amministrazione di “spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme. E’ una cosa a cui stiamo guardando con attenzione”. Un’azione che andrebbe a interrompere una consuetudine necessaria al mantenimento dei difficili equilibri della regione e di cui aveva parlato il 16 dicembre il nuovo rappresentante diplomatico Usa in Israele David Friedman, scatenando le proteste dei palestinesi. Le uniche parole che non saranno risuonate come musica alle orecchie del primo ministro israeliano sono state quelle sulle colonie: “Voglio vedere Israele contenersi un po’ sugli insediamenti“.

“Israele non ha alleato migliore degli Stati Uniti e gli Stati Uniti non hanno alleato migliore di Israele”, ha sottolineato da parte sua Netanyahu – la nostra alleanza sarà sempre più forte. Quello di oggi è solo il primo di tanti incontri che avremo in futuro”.

Tramonta il dogma obamiano dei due Stati – Gli Stati Uniti non considerano più quella dei due Stati come l’unica soluzione per la questione israelo-palestinese. Il cambio di rotta rispetto al paradigma che era stato alla base dell’amministrazione Obama in materia era stato chiaro sin dalle ore immediatamente successive all’elezione di Trump, ma oggi trova una prima forma di ufficializzazione. Già prima dell’incontro tra il presidente degli Stati Uniti e Netanyahu, la Casa Bianca aveva fatto sapere di sostenere l’obiettivo di un accordo di pace tra israeliani e palestinesi, sia che esso “arrivi con la forma della soluzione a due Stati se è ciò che le parti vogliono” sia che esso preveda “qualcos’altro“.

Immediata era arrivata la risposta palestinese. Gli Usa “restino fedeli alla soluzione dei due Stati”, era stato l’appello del ministero degli Esteri del governo dell’Autorità nazionale palestinese. L’alternativa alla Soluzione a due Stati è “l’apartheid“, il commento di Saeb Erekat, segretario del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Anche Jibril Rajoub di Fatah, il partito del presidente palestinese Abu Mazen, replicava che “gli Usa non devono dimenticare che la pace della regione dipende dalla risoluzione della questione israelo-palestinese e che non c’è alternativa alla costituzione di uno stato palestinese”.

Anche le Nazioni Unite criticavano il possibile cambio di paradigma: “Abbiamo concordato che l’unica soluzione per la situazione fra palestinesi e israeliani è quella dei due Stati”, ha detto il segretario generale Antonio Guterres parlando al Cairo al palazzo presidenziale di Al Itahadiya in conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shukri.

Netanyahu, che quanto meno ufficialmente ha finora accettato la soluzione a due Stati, il mese scorso ha dichiarato davanti ai deputati del suo partito, il Likud, che era disposto a concedere ai palestinesi “qualcosa in meno rispetto a uno Stato”, riducendo la sovranità attribuita a questa soluzione. Quanto a Trump, per la prima volta giovedì scorso si è pronunciato su un periodico israeliano, Israel Hayom (cioè Israele oggi), sugli insediamenti ebraici in territorio palestinese e ha detto che le colonie “non aiutano il processo” di pace e che il governo israeliano deve “agire con responsabilità”. “Non sono uno che crede che avanzare con le colonie sia buono per la pace, però stiamo esaminando diverse opzioni”, ha detto il magnate repubblicano. Da quando Trump ha assunto la presidenza degli Stati Uniti lo scorso 20 gennaio, l’esecutivo israeliano ha rilanciato la sua politica di colonizzazione dando il via libera a oltre 6mila case negli insediamenti a Gerusalemme Est e in Cisgiordania e ha dato luce verde a una legge per mettere in regola 4mila case che si trovano in Cisgiordania.

Intanto alcuni media israeliani riferiscono che il capo della Cia Mike Pompeo ha incontrato Abu Mazen alcuni giorni fa a Ramallah, in Cisgiordania. Al colloquio – il cui contenuto non è trapelato – avrebbe partecipato il capo dei servizi di sicurezza palestinesi Majd Freij.