Oggi non ci sono più partiti in senso proprio, esistono ormai solo partiti dei leader: la politica si è personificata, dominata dal bisogno dell’immagine vincente del capo senza il quale il partito appare un guscio vuoto, una nave senza timoniere. La legge inesorabile dell’onnipotenza mediatica impone che la leadership sia incarnata dall’uomo (ancora da noi la donna non c’è arrivata) vincente a tutto campo.

I partiti non erano così appena trent’anni fa: vale la pena ricordare che, fino ad allora, con tutto il negativo che la cosiddetta Prima Repubblica ha proiettato di sé all’indomani di Tangentopoli, i partiti intesi come organismi collettivi avevano goduto di un certo rispetto. Oggi non ci sono più collettivi, al massimo moltitudini, sempre plaudenti, a volte perfino osannanti. Non è necessario formarsi un’opinione comune: ci si schiera per questo o per quel personaggio, per poi magari constatare amaramente che la propria “stella” si è spenta velocemente passando dal firmamento della notorietà al silenzio dell’oscuramento. Così le masse si ritrovano in men che non si dica senza riferimento, cieche nella disperata attesa del prossimo leader.

I partiti sono stati di fatto soppressi, ridotti ad agglomerati di gruppi, sottogruppi, apparati, reti di interessi, notabilati di ogni genere, senz’anima e senza identità precisa che non sia la gestione di una piccola o grande porzione di potere.

Negli anni Ottanta si affacciarono le prime forme di personalizzazione della leadership partitica: l’antesignano fu Bettino Craxi, vero dominus del Psi che riportò in pochi anni al governo del Paese. Allora i socialisti avevano in lui una guida carismatica indiscussa, che aveva completamente scacciato la sindrome minoritaria di cui il partito soffriva nei confronti del Pci, cugino maggiore della famiglia della sinistra.

Il Partito comunista di Enrico Berlinguer aveva nel collettivo la sua forza essenziale: la qualità politica e culturale era molto elevata, il gruppo dirigente proveniva da esperienze diverse, alcuni dalla più giovane leva resistenziale, formato soprattutto nel dopoguerra, nelle aspre lotte sociali per l’affermazione dei diritti che erano ancora negati nelle grandi battaglie di democrazia. La figura di Berlinguer si affermò prepotentemente anche dal punto di vista mediatico, soprattutto dopo le vittorie nel referendum sul divorzio ed in quelle elettorali del 1975 e ’76, quando il Pci raggiunse il consenso più ampio della sua storia. Il carisma autentico che, grazie anche alla tv, lo rese in poco tempo un idolo, era connotabile esattamente con i tratti dell’anti-leader: la sua semplicità schiva, ai limiti della modestia, i suoi modi e insieme la forza e la fermezza delle opinioni.

Fino a un certo punto, si sapeva poco delle differenze d’opinioni all’interno della Segreteria e della Direzione, i più attenti s’informavano seguendo i diversi editoriali sull’Unità o su Rinascita, dove le differenti posizioni emergevano con evidenza, ma il dibattito interno era sempre molto forte e Berlinguer – per la complessità delle posizioni e per l’autorevolezza dei suoi colleghi che la facevano ben pesare – doveva faticare non poco per arrivare alla sintesi unitaria.

La vita del partito era, a tutti i livelli, ricca e animata, nutrita dal confronto di idee, da una lotta politica alta e da iniziative diffuse in tutto il paese. Il Pci era un corpo vivo pulsante, in collegamento con tutta la società, brillava per l’intensità e l’estensione delle sue attività, era un punto di riferimento per il mondo della cultura e dell’arte, della ricerca scientifica, dell’innovazione dei linguaggi a tutti i livelli, all’avanguardia nel processo di modernizzazione del Paese ma ben radicato nel popolo, sempre vicino al mondo dl lavoro e dei deboli: un partito, che, pur con limiti, difetti ed errori e fin quando quella energia propulsiva lo alimentò, rappresentò una realtà fondamentale per il Paese.

Il Pci non era il “partito di Berlinguer”, piuttosto Berlinguer rappresentò il partito come nessun altro avrebbe potuto fare in quel periodo.

Una nuova forte sinistra non potrà sorgere dalla riproposizione di formule desuete (l’inverosimile nuovo Ulivo) né dall’assemblaggio di pezzi sparsi di ceto politico o di frazioni minori e minoritarie che difendono anacronisticamente identità perdute. Occorre il coraggio e la sapienza di un nuovo progetto politico che abbia solide basi culturali, un pensiero che fondi le sue ragioni in un’analisi critica della realtà, in un rapporto fecondo con il mondo del lavoro e con tutto ciò che nella società si muove autonomamente, ed è molto, nella nuova resistenza al liberismo e all’onda montante del populismo destroide.

Il recente referendum ha dimostrato che c’è, oltre al diffuso malessere sociale, una grande domanda di partecipazione politica inascoltata.