Omicidio colposo. È il reato per quale il Tribunale di Pavia ha condannato due ex manager della Fibronit di Broni, azienda che lavorava amianto in provincia di Pavia. Quattro anni di pena per Michele Cardinale, 74 anni, ex amministratore delegato; 3 anni e 4 mesi per Lorenzo Mo, 70 anni, ex direttore dello stabilimento di Broni. Assolto l’ex consigliere Alvaro Galvani, 68 anni, per non aver commesso il fatto.

Agli ex manager erano contestate le morti di lavoratori e residenti per la presenza di fibre di amianto in arrivo dalla Fibronit. Alle parti civili è stato quindi riconosciuto dal collegio, presieduto da Luigi Riganti – un risarcimento di circa 20mila euro a testa. Il procedimento è stato circoscritto soltanto a una ventina di morti, avvenute dopo il 2002, tra i lavoratori della fabbrica e tra gli abitanti del circondario. “Oggi è stata fatta giustizia – dice Silvio Mingrino, rappresentante dei parenti delle vittime – ma dei circa 280 casi imputabili ne sono rimasti soltanto 27. Cardinale e Mo saranno quindi tenuti a rifondere circa un milione di euro”.

Il pm di Pavia Giovanni Benelli aveva chiesto 5 anni per Cardinale, 3 anni per Loren<o Mo, 70 anni di Asti; l’assoluzione per Galvani. Erano oltre 400 i decessi causati da tumore in quella che è stata considerata un’altra Casale Monferrato, che in base alle denunce presentate sarebbero stati provocati dall’esposizione all’amianto, al centro dell’indagine della Procura sfociata nel processo attualmente in corso. Ma alla fine il procedimento è stato circoscritto soltanto a 23 morti, avvenute dopo il 2002 perché per tutti gli altri decessi è scattata la prescrizione. I tre imprenditori dovevano rispondere di disastro ambientale doloso, omicidio colposo plurimo e di omissione dolosa delle normative per l’antinfortunistica nei luoghi di lavoro; alla fine, sempre a causa dei tempi di prescrizione, è rimasta in piedi soltanto l’accusa di omicidio colposo plurimo. “Questo rimane il primo rischio in questo tipo di procedimenti” dice Mingrino. Sempre per la prescrizione Cardinale e Mo sono stati assolti dal reato di disastro ambientale doloso e dall’omissione dolosa delle normative per l’antinfortunistica nei luoghi di lavoro; alla fine è rimasta in piedi soltanto l’accusa di omicidio colposo plurimo.

Alla Fibronit di Broni venivano lavorati prodotti in cemento e amianto. Sino al 2011, anno in cui l’azienda fallì, hanno lavorato in tutto quasi 4mila persone. La pubblica accusa rappresentata dal pm Benelli aveva parlato durante il procedimento di almeno 700 persone colpite da mesotelioma pleurico – la forma di tumore polmonare per chi si espone alle fibre di amanto – e molti altri sarebbero a rischio, visto che si parla di una malattia che ha un periodo di latenza che può arrivare a 40 anni. Aver respirato le polveri di amianto sarebbe stato fatale per molti operai, ma anche per i loro familiari e per le persone che vivevano attorno a quell’insediamento industriale.

L’inchiesta sul caso delle morti che sarebbero state provocate dalla Fibronit, aveva coinvolto anche gli imprenditori Giovanni Boccini e Claudio Dal Pozzo, che hanno optato per il rito abbreviato: condannati in primo grado, lo scorso ottobre sono poi stati assolti dalla Corte d’Appello di Milano. Dal Pozzo e Boccini, dall’87 al ’92 nel cda di Fibronit, erano imputati per la morte di una novantina di persone tra ex dipendenti e abitanti delle zone limitrofe. Condannati in primo grado a 4 anni di carcere e a risarcire i familiari di molte vittime, sono stati prosciolti lo scorso 20 ottobre dalla quinta sezione d’appello “perché il fatto non costituisce reato” dall’accusa di omicidio colposo, mentre quella di disastro colposo è stata dichiarata prescritta. La sentenza di Milano aveva inoltre cancellato i risarcimenti alle parti civili di quel procedimento: 252 persone, Regione Lombardia, Provincia e Asl di Pavia, Comune di Broni, Inail, l’Associazione Vittime Amianto Nazionale Italiana, Legambiente e altri come il Comitato per la Difesa della Salute nei luoghi di Lavoro e nel Territorio. Nelle motivazioni i giudici avevano scritto che arrivare ad “affermare che tutte le aziende che trattavano amianto avrebbero dovuto chiudere già a partire almeno dagli anni ’70 è conclusione alla quale la giurisprudenza non si è voluta spingere”, perché, da un lato certe “conoscenze” su “fatti accaduti come minimo 20 anni prima delle decisioni” sono state acquisite solo di recente e, dall’altro, non si può “sottovalutare il problema sociale che la perdita di posti di lavoro” avrebbe comportato. I 140mila metri quadrati dell’area ora sono sottoposti a bonifica.