– Da Lione –

Sono le quattro di un sabato pomeriggio e il palazzetto dello sport di Lione, pieno fino all’orlo, fa la ola sventolando bandiere dell’Europa e della Francia. Per essere dei disillusi della politica, sono tanti e fanno un gran rumore. Dentro ottomila persone, fuori altrettante che aspettano in coda l’arrivo del candidato-star, Emmanuel Macron. “Ci vuole del coraggio a organizzare una cosa del genere”, dice Loic che ha 20 anni, viene da Grénoble e si è infilato la t-shirt bianca con la scritta En marche sopra i vestiti. A venti minuti di metro di distanza c’è Marine Le Pen che fa la sua pomposa due giorni per dare il via alla campagna per le presidenziali: all’improvviso il mostruoso Front National sembra diventato un puntino. “La sinistra e la destra hanno fallito, siamo qui perché vogliamo finalmente un cambiamento”, è la versione quasi unanime della platea. Contro i partiti tradizionali, contro chi fa politica di professione e per l’onestà e il rigore. Eccolo il fenomeno Macron: per battere il populismo della famiglia Le Pen ci voleva qualcuno che scendesse sul loro campo e raccattasse i voti senza preclusioni ideologiche e soprattutto presentandosi come il nuovo. Il come e cosa succederà nella pratica è ancora difficile da capire, ma in questo momento importa a pochi.

Macron, quello che Renzi ha sognato di poter essere
L’ex ministro dell’Economia di François Hollande, ex socialista ed ex banchiere, arriva in anticipo sulla tabella di marcia e va a salutare quelli che non sono riusciti ad avere un posto a sedere e seguiranno il discorso all’aperto. Sorridente e sicuro, cammina con l’aria sfrontata di chi sa di avere la fortuna dalla sua parte. Quando sale sul palco sembra già un’investitura: per un’ora predica l’unione di destra e sinistra e l’importanza di unire invece che dividere. “Non vi dico”, scandisce dal palco, “che gauche e droite non significano più niente, che non esistono più o che sono la stessa cosa, ma queste divisioni in questo momento storico non sono superabili? Non bisogna essere l’uno o l’altro, bisogna essere francesi”. Sembra quasi una missione: Macron, davanti alla nausea per la politica tradizionale, tenta la strada impossibile di una specie di sincretismo tra valori condivisi da tutti. Libertè, fraternité, egalité, i principi intoccabili del suo discorso. Anche perché tra i pochi che uniscono tutta la popolazione. Poi il candidato attacca finalmente con il programma, o meglio una parte di un testo che forse sarà distribuito a marzo. Intanto mette al primo punto gli investimenti per una maggiore sicurezza e quindi l’aumento del budget per la difesa. Il resto è un flusso con pochi dettagli e tanti verbi al futuro, cercando di restare vaghi e scontentare il meno possibile.

Gli applausi: quando chiede di snellire le regole sul lavoro e quando si schiera apertamente contro il reddito universale proposto dai socialisti. Ma anche nella sua invettiva contro i muri e quando lancia un appello ai ricercatori e alle imprese ostacolate da Trump negli Usa: “Venite in Francia”. Per la cultura va a pescare addirittura il bonus da 500 euro per i giovani di Matteo Renzi, che probabilmente da oltre confine lo ascolta mangiandosi le mani: un movimento che nasce a sinistra e ruba voti al centrodestra, senza avere la minoranza del partito che lancia anatemi a ogni proposta, è forse la mossa coraggiosa che l’ex presidente del Consiglio italiano si sogna di notte. Macron da una parte è un po’ l’ex candidato dei socialisti Manuel Valls se non avesse avuto sul groppone  il compito di difendere la presidenza di Hollande, ma dall’altra è soprattutto il voto utile che molti a sinistra si sentiranno costretti a fare.

La resistenza al populismo al grido di “Europa!”
La campagna elettorale per le presidenziali francesi si conferma uno show pieno di colpi di scena. Quella che per tutti avrebbe dovuto essere la discesa agli inferi di un Paese travolto da terrorismo e problemi di integrazione, potrebbe diventare all’improvviso il modello di resistenza al populismo a livello europeo. Macron riempie un palazzetto dello sport con la facilità e l’arroganza dei talentuosi. Era nei socialisti: gli avevano detto di stare fermo un turno e di aspettare perché la vita politica è fatta di code. Lui gli ha stretto la mano e se ne è andato portandosi dietro parlamentari e soprattutto elettori. Con la stessa faccia di bronzo fa distribuire bandiere blu dell’Unione europea e propone maggiori poteri a Bruxelles. Gli risponde una platea che grida in coro “Europe!” e nel giro di cinque minuti sembrano destinati all’archivio mesi di sondaggi sulla disaffezione dei cittadini per l’Ue.

“I partiti tradizionali hanno fallito, lui ci dà speranza”
La coreografia è organizzata nei dettagli da uno squadrone di volontari che, come prima regola, hanno quella di trasmettere entusiasmo quasi fossimo a un raduno di motivatori. A bordo palco gli eletti che lo sostengono in Francia, primo fra tutti il sindaco di Lione Gérard Colomb che tra l’altro non ha mai lasciato i socialisti. Poi le “star” che hanno scelto Macron e che lui fa proiettare sul maxi-schermo: il matematico Cedric Villani e la capitana della nazionale di calcio femminale Wendy Renard. Intorno una platea che ha storie e origini politiche delle più disparate. “Io ho sempre votato scheda bianca”, spiega Omer Petek, 42 anni, idraulico disoccupato. “Questa volta invece ho già scelto – dice – Macron è il mio candidato perché finalmente dà speranza al Paese. E’ giovane e dinamico e soprattutto ha fatto altro nella vita prima di diventare politico”. Jean-Yves Toussaints ha 60 anni e fa il ricercatore all’università. “Io sono un socialista – risponde con la faccia di chi è stato beccato mentre compie il grande tradimento – ma mi sto facendo molte domande. I partiti tradizionali hanno fallito e io mi spavento quando vedo dei reazionari a destra, ma anche a sinistra. E’ un momento difficile: rischiamo di trovarci Marine Le Pen al potere e dobbiamo fare qualcosa”.

La terza via contro la Le Pen: “Basta ideologie tra destra e sinistra”
Doyen Jugwali
ha 22 anni e studia diritto alla Sorbona. A Lione si è trascinato l’amico Dylan per convincerlo che Macron è la scelta del futuro: “La Francia è bloccata da partiti che fanno i loro interessi. Serve un movimento che vada oltre queste dinamiche. E poi mi piace che sia a favore dell’Europa”. La parola che usano tutti all’uscita del palazzetto è “seducente”. Macron per due ore incanta la folla con storie e citazioni, da Alexis de Tocqueville a Simone Veil, e convince. Hélène, Joelle, Gillette e Christine hanno poco più di 60 anni e sono venute in macchina dalla Provenza: “Tra noi qualcuna ha votato a destra, altre sono storicamente di sinistra. Ora ci siamo ritrovate perché i partiti bloccati nei loro dogmi hanno rovinato questo Paese”. La folla dei sostenitori non ha dubbi: “Questa distinzione netta è da archiviare, piuttosto serve lavorare sui valori comuni”, commenta la consigliera comunale di un paesino vicino a Grénoble Anges Rolin.

E’ come se davanti al populismo crescente e di estrema destra di Marine Le Pen, o alla sinistra radicale di Jean-Luc Melenchon, all’improvviso i cittadini avessero visto una terza via e si ritrovassero insieme per convincersi che non c’è alternativa. Macron li guarda con la tenerezza di chi sa di averti in pugno, spiega loro che quel voto è inevitabile, e poi saluta tutti cantando la Marsigliese. Jean-Ives si mette la giacca e prima di andare scoppia in una risata imbarazzata: “Mi ha convinto. Peccato solo che non sia di sinistra”.