Francesco Bidognetti, boss del clan dei Casalesi, in carcere dal 1993 continua a comandare nonostante il 41 bis, il cosiddetto carcere duro. Emerge dall’ordinanza, firmata dal Gip Maria Luisa Miranda, che ha portato all’arresto di 31 persone, tra queste le sorelle Katia Bidognetti e Teresa (quest’ultima ai domiciliari), figlie del camorrista, e  Orietta Verso, moglie di Raffaele, altro figlio di Bidognetti.

Il boss al 41 bis ancora ‘reggente’ – A Francesco Bidognetti viene contestata l’associazione mafiosa e l’intestazione fittizia delle società di onoranze funebri gestite da Vincenzo Martino. “Sebbene l’indagato sia detenuto in regime di 41 bis – si legge nell’ordinanza – continua ad impartire direttive e indicazioni in ordine all’agire criminale, mantenendo un ruolo da protagonista in tutte le vicende del gruppo a lui facente capo”. Lui resta il reggente, gestisce la cassa, è destinatario delle somme provento delle attività illecite del clan.

Bidognetti è stato al vertice del clan, garante del patto criminale che ha consentito di seppellire valanghe di rifiuti tossici nella discarica Resit. Tra gli arrestati c’è anche Gaetano Cerci, braccio imprenditoriale del clan nel settore dei rifiuti che negli anni, raccontano i pentiti, ha avuto rapporti anche la loggia P2  e il suo capo Licio Gelli. Bidognetti, nonostante il carcere duro, era ancora in grado di impartire ordini agli affiliati stando a quanto emerge dall’inchiesta condotta da carabinieri, guardia di finanza e dalla Dia di Napoli, agli ordini del capocentro Giuseppe Linares su ordine dei pm partenopei Alessandro D’Alessio e Cesare Sirignano. Si evince dai colloqui con i familiari, ma anche dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia come Umberto Venosa che nel 2014 spiega: “All’inizio ci davano 40 mila euro e poi 20 mila euro che finivano nella cassa del clan per pagare i soggetti al 41 bis ad esempio a Francesco Bidognetti che finivano 2.500 euro al mese che ritirava il compagno della figlia Teresa”. Ma di soldi in cassa ce ne sono sempre meno, tanto è vero che sono contesi anche gli euro della pensione di reversibilità della defunta moglie che Bidognetti riceve mensilmente. Ci sono i familiari degli affiliati da pagare, ma anche gli avvocati e le loro parcelle. La crisi, frutto di arresti e sequestri, induce il boss a sperare nella scarcerazione del fratello Michele.
Il pizzo alle prostitute. Ritorno alle origini –  Katia Bidognetti, che da anni vive a Formia, è spietata, una condotta improntata alla solidarietà criminale più che familiare. È finito ai domiciliari anche l’ex marito Giovanni Lubello. Labello è stato già condannato con il rito abbreviato del processo scaturito dall’indagine ‘Il principe e la ballerina‘. Si tratta dello stesso procedimento dove è imputato, ma con il rito ordinario, anche Nicola Cosentino.

A Formia erano diventati di casa, lontano dai riflettori per fare affari tranquilli. La figlia del boss voleva dimostrare la sua autonomia e assoggettare al suo sogno di gloria criminale anche la sorella Teresa, destinataria di un assegno di 600 euro al mese. Il padre chiede spiegazioni per quella cifra esigua e Katia Bidognetti sbotta: “Io mi sono scocciata papà, il fegato non lo tengo più”. Il padre prova a metterla in riga chiarendo che lui deve sapere sempre tutto, ma la donna arriva a minacciare il suicidio, temendo che le intercettazioni possano essere utilizzate per l’adozione di misure patrimoniali in suo danno. Insieme alla privazione della libertà, quello dei sequestri delle proprietà e dei soldi resta l’incubo dei camorristi.

Quella dei Bidognetti è una saga criminale, fatta di violenza, saccheggio ambientale e connivenze con imprenditoria e politica: è quest’ultimo il livello che resta ancora da disarticolare. L’esigenza di liquidità per onorare le spese di un clan ancora in piedi induce gli affiliati ad attivarsi in ogni modo imponendo il pizzo ad ogni attività: dalle piazze di spaccio fino alle prostitute. È un ritorno alle origini. Il soprannome di Francesco Bidognetti è ‘Cicciotto ‘e mezzanotte‘, e i vecchi collaboratori di giustizia ricordano la ragione, all’inizio della sua carriera di malacarne, Bidognetti, infatti, era un “pappone”, curava, per conto della camorra, l’affare prostituzione. Oggi si torna alla casella iniziale. La storia è raccontata nelle carte dell’indagine. Ad occuparsi dell’attività estorsiva “in pregiudizio di donne che si prostituiscono lungo la Domitiana a Castel Volturno sono Quadrano Americo e Aulitto Ciro, sotto la supervisione di Bianchi Giuseppe e Cavaliere Stanislao e Pacifico Dionigi”. Tutti soggetti finiti in carcere. Un’inchiesta che conferma le parole del procuratore capo di Napoli Giovanni Colangelo: “La fazione Bidognetti non ha mai smesso di agire sul territorio”.

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