L’amministratore delegato della Società Italiana Elicotteri e un cittadino libico. E poi una coppia napoletana convertitasi all’Islam che in salotto aveva persino una foto ricordo con l’ex premier iraniano Ahmadinejad.  E ancora: la Camorra, la mala del Brenta, i mercenari che combattono in Somalia. In mezzo un traffico di armi, di elicotteri, di materiale dual use che dal nostro Paese finivano in Libia, in Iran, forse persino ad un gruppo di miliziani dell’Isis .

Sono i personaggi, i protagonisti e gli interpreti dell’ultima inchiesta della procura distrettuale antimafia di Napoli. Un’indagine delicata e non solo perché coinvolge Paesi come l’Iran e la Libia, ma soprattutto perché porta allo scoperto i rapporti tra i casalesi e la mala del Brenta, i soldati del Califfato e i mercenari che muovono armi e denari in mezzo Mondo. Al centro c’è un manager abbastanza noto nel nostro Paese: si chiama Andrea Pardi, è l’amministratore delegato della Società Italiana Elicotteri e fino a poco tempo fa era noto soprattutto perché nell’ottobre del 2015 aveva aggredito il giornalista di Report Giorgio Mottola, reo di avergli posto alcune domande a proposito di un’altra indagine. Pardi infatti era coinvolto in un’altra inchiesta sul traffico di armi e reclutamento di mercenari tra Italia e Somalia.

È da lì che prende spunto l’indagine dei pm partenopei Catello MarescaLuigi Giordano e Cesare Sirignano che oggi ha portato al fermo di quattro persone: sono accusate di traffico internazionale di armi e di materiale “dual use“, di produzione straniera. Un’operazione delicata quella in corso  nelle province di Roma, Napoli, Salerno e L’Aquila che ha portato anche alla perquisizione di dieci persone da parte del nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia.

In manette sono dunque finite Pardi, ma anche altri due cittadini italiani: una coppia di coniugi di San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli, convertiti all’Islam e “radicalizzati”. Si chiamano Mario Di Leva, convertito all’Islam con il nome di Jaafar, e Annamaria Fontana: anche un loro figlio risulta indagato. L’ultima misura cautelare, invece, riguarda un libico, attualmente irreperibile. Sono i coniugi Di Leva che in salotto avevano le foto con l’ex premier iraniano Ahmadinejad. E sono sempre loro che – stando alle intercettazioni agli atti dell’inchiesta- sarebbero stati in contatto con i rapitori dei quattro italiani sequestrati in Libia nel 2015. Il sequestro si concluse, a marzo del 2016 con la morte di due italiani, Fausto Piano e Salvatore Failla mentre gli altri due rapiti, Gino Pollicandro e Filippo Calcagno, riuscirono a fuggire: a leggere alcuni sms di poco successivi al rapimento in cui la coppia faceva  riferimento alle persone già incontrate qualche tempo prima, alludendo a loro come autori del sequestro.

Le quattro persone fermate, infatti, sono accusate di aver introdotto elicotteri, fucili di assalto e missili terra aria in paesi soggetti ad embargo, e cioè l’Iran e la Libia, in mancanza delle necessarie autorizzazioni ministeriali. Reati che sarebbero stati commessi tra il 2011 e il 2015. Ma non solo. Perché l’indagine riguarda infatti anche un traffico di armi destinate sia ad un gruppo dell’Isis attivo in Libia sia all’Iran.

L’inchiesta nasce nel 2011 quando il Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata decide di approfondire un’indagine parallela della procura di Napoli. Gli investigatori avevano scoperto che una persona organica ad un clan camorristico dell’area casalese era stata contattata da un appartenente alla cosiddetta “mala del Brenta” con precedenti specifici per traffico di armi. Quest’ultimo cercava, infatti, persone esperte di armi ed armamenti da inviare alle Seychelles per l’addestramento di un battaglione di somali, che avrebbero dovuto svolgere attività espressamente qualificate come “mercenariato“. L’inchiesta, poi sfociata in diversi procedimenti penali, aveva documentato che la richiesta di addestramento arrivava da una persona di nazionalità somala, con cittadinanza italiana, parente del deposto dittatore del Puntland.

Gli approfondimenti investigativi riescono poi a ricostruire una mappa del commercio internazionale di armamenti di produzione estera. Tutti i coinvolti svolgono, formalmente, secondo l’ipotesi formulata, attività connesse con il commercio internazionale, avvalendosi anche di società con sede in Paesi esteri, principalmente in Ucraina ed in Tunisia, nonché mantenendo consolidati rapporti con personalità del mondo politico, militare e religioso in Stati dell’area asiatica e mediorientale quali Iran e Libia.

In gergo la chiamano “triangolazione”: vengono ceduti elicotteri senza farle passare dal suolo nazionale: un affare milionario, ricostruito dalla procura di Napoli grazie a rogatorie internazionali e alla collaborazione delle Agenzie di Informazione e Sicurezza. L’impressione, però, è che l’indagine sia ancora all’inizio.

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