Investimenti bassi, reti vecchie, infrastrutture da rimettere a posto per colmare il divario con il resto dell’Europa e ritardi nella depurazione delle acque reflue che sono costati varie sanzioni dell’Ue. E’ una fotografia impietosa quella del sistema idrico nazionale scattata dal Blue Book 2017, lo studio promosso da Utilitalia e e realizzato dalla fondazione Utilitatis con il contributo scientifico di Cassa Depositi e Prestiti. Dall’analisi, condotta su 54 gestori e una popolazione di 31 milioni di abitanti, emerge che gli acquedotti del nostro Paese sono in gran parte vecchi. A fronte di tutte queste urgenze, denuncia il Blue Book, gli investimenti programmati nel primo periodo regolatorio (2014-2017), si attestano su un valore medio nazionale di soli 32 euro per abitante all’anno. Per il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti però “il problema non sono i soldi, ma la capacità, la velocità e la trasparenza nella spesa in sede locale”.

In Italia “il 60% delle infrastrutture è stato messo in posa oltre 30 anni fa (percentuale che sale al 70% nei grandi centri urbani) e il 25% di queste supera i 50 anni (arrivando al 40% nei grandi entri urbani)”. La fatiscenza degli acquedotti causa, al Centro e al Sud, una percentuale di perdite nella rete di rispettivamente 46% e 45%: quasi la metà. Percentuale che invece si abbassa molto al Nord, attestandosi al 26%. Per risolvere la situazione, secondo il Blue Book, l’unica soluzione sarebbe una politica tariffaria “full cost recovery“: alzare il prezzo dell’acqua per i cittadini e adeguarlo a quello medio europeo. Nei confronti internazionali, lo stesso metro cubo di acqua che a Berlino costa 6,03 dollari, ad Oslo 5,06 dollari, a Parigi 3,91 e a Londra 3,66 dollari, a Roma si paga soltanto 1 dollaro e 35 centesimi. Nel livello tariffario idrico l’Italia è seconda soltanto ad Atene e a Mosca.

Difficile, senza una gestione di tipo industriale e dimensioni adeguate, verificare fenomeni di abusivismo e morosità e adottare misure di tutela delle fasce deboli della popolazione. Dall’analisi della spesa delle famiglie, tema a cui è dedicato il capitolo 10 del Blue Book, emerge che oltre il 70% dei cittadini, tra quelli considerati nello studio, può beneficiare di tariffe agevolate. Ancora troppo elevato, infine, il numero delle gestioni in economia, cioè l’amministrazione di un’azienda pubblica esercitata direttamente dall’interessato. La razionalizzazione avviata fin dagli anni ’90 e il referendum del giugno 2011, che ha portato all’abrogazione delle leggi che prevedevano la privatizzazione dell’acqua, affidando la gestione al pubblico, non hanno comunque portato a una gestione sistemica della rete idrica: oltre 10,5 milioni di abitanti sono serviti da 2.098 gestioni in economia. Il che significa, spiega lo studio, che ciascuno supera di poco i 4.700 abitanti serviti, con evidenti ripercussioni in termini di capacità di investimenti e di programmazione.

C’è poi il tema critico della depurazione delle acque reflue. Circa l’11% dei cittadini, infatti, non è ancora raggiunto dal servizio di depurazione, causa delle sanzioni comunitarie all’Italia, colpevole di ritardi nell’applicazione delle regole sul trattamento delle acque. Complessivamente sono colpiti 931 agglomerati urbani, la maggior parte al Sud e isole e in territori gestiti direttamente dagli enti locali e non attraverso affidamenti a gestori industriali. Diventa dunque “prioritario”, secondo il Blue Book, il fabbisogno di “investimenti sulla depurazione”. Tuttavia, considerando oltre ai circa 32 euro programmati nel primo periodo regolatorio (2014-2017) anche la quota di contributi e fondi pubblici, si può arrivare a contare 41 euro per abitante all’anno di investimenti. Un dato ben lontano dagli 80 euro per abitante che sarebbero necessari a coprire un fabbisogno totale stimato in circa 5 miliardi all’anno. Dato ancor più grave se si pensa che al Sud le disponibilità si dimezzano a causa di una concentrazione di sanzioni e di ritardi per la depurazione.

“Le carenze della rete idrica e del sistema di depurazione in Italia sono drammaticamente note da decenni. È il motivo per cui stiamo lavorando a tutto campo per affrontare questo nodo sistemico del nostro Paese, che ne condiziona la competitività”. Così ha commentato i dati del Blue Book il ministro Galletti. “Le risorse – ha sostenuto – non mancano, se pensiamo ai 2,2 milioni già previsti per gli interventi di depurazione e ai quasi 600 milioni destinati al tema acqua nei Fondi di sviluppo e coesione. Ancora una volta il problema non sono i soldi ma la capacità, la velocità e la trasparenza nella spesa in sede locale”.