Unicredit ha chiuso la seduta a Piazza Affari con una perdita del 5,45% nel giorno della pubblicazione della prima parte del prospetto informativo dell’aumento di capitale da 13 miliardi previsto dal piano dell’ad Jean Pierre Mustier, che potrebbe partire già la prossima settimana. Un documento da cui emerge che a fine 2016 i 12,2 miliardi di oneri una tantum sostenuti per la copertura dei crediti problematici hanno ridotto i coefficienti patrimoniali della banca a livelli inferiori rispetto a quelli previsti dai limiti prudenziali dell’Eurotower. Di conseguenza l’istituto, “fino al ripristino dei requisiti patrimoniali non rispettati” – ripristino che richiede il successo della ricapitalizzazione – non potrà procedere “alla distribuzione dei dividendi e al pagamento delle cedole degli strumenti Additional tier 1″.

Non solo: la Bce ha chiesto alla banca di presentare entro il 28 febbraio 2017 una “strategia in materia di crediti deteriorati, supportata da un piano operativo per affrontare la tematica dell’elevato livello” dei prestiti difficili o impossibili da riscuotere. Dopo la chiusura delle contrattazioni, poi, l’istituto ha diffuso una stima sui risultati 2016 appena esaminati dal cda: l’esercizio dovrebbe chiudersi con una perdita di circa 11,8 miliardi di euro proprio per effetto di quei 12,2 miliardi di oneri. Pesano anche le svalutazioni pari a circa 1 miliardo di euro che derivano principalmente, viene spiegato in una nota, da una maggiore svalutazione della quota nel fondo Atlante e di alcune partecipazioni e imposte differite dovute a differenze temporali e dai contributi straordinari al Fondo di Risoluzione. Senza le componenti una tantum il risultato del gruppo sarebbe stato positivo, aggiunge il comunicato.

La banca, nel documento di registrazione sull’aumento, avverte anche che “sebbene le azioni poste alla base del Piano Strategico siano finalizzate a mitigare i profili di debolezza evidenziati anche dalla Bce all’esito dello Srep 2016 (l’analisi dettagliata sui rischi, ndr), sussiste il rischio che le azioni del Piano strategico non siano in grado di fronteggiare adeguatamente i profili di debolezza riscontrati dalla Bce”. Per di più, “alla data del documento di registrazione sussiste il rischio che, anche in caso di integrale implementazione delle azioni del Piano Strategico, al termine del periodo di Piano l’Emittente presenti coefficienti patrimoniali e/o un livello di crediti deteriorati non in linea con quelli registrati dai principali competitor nel medesimo periodo”.

Naturalmente, poi, una sottoscrizione parziale dell’aumento di capitale potrebbe determinare “significativi impatti negativi sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria” di Unicredit “fino a compromettere la sussistenza dei presupposti per la continuità aziendale” se non venissero varate altre misure di rafforzamento patrimoniale in grado di “far fronte agli assorbimenti di capitale generati” dal piano. E, se ciò dovesse verificarsi, Unicredit potrebbe subire interventi “anche invasivi” da parte della Bce come “l’imposizione di restrizioni o limitazioni dell’attività e/o la cessione di attività che presentassero rischi eccessivi per la solidità dell’emittente”. In caso di mancato ripristino dei requisiti patrimoniali potrebbero inoltre applicarsi gli “strumenti di risoluzione” a disposizione della Vigilanza, vale a dire quelli previsti dal decreto legislativo del 16 novembre 2015 che ha introdotto in Italia il meccanismo del bail in.

Dal documento emerge anche che ammonta a 12,8 miliardi di euro circa il valore del contenzioso di natura giudiziaria, fiscale e giuslavoristica che grava sulle spalle della banca. A fronte dei rischi giudiziari (11.839 milioni di euro) e giuslavoristici (481 milioni), al 30 settembre, risultavano accantonati circa 620 milioni di euro.