La Regione Puglia spara l’ultima cartuccia contro il governo nella battaglia sul gasdotto Tap: trascina lo Stato davanti alla Corte Costituzionale. A suo avviso, non è mai stata raggiunta la cosiddetta “intesa forte” sulla localizzazione della grande infrastruttura che dall’Azerbaijan, dopo aver attraversato Balcani e mar Adriatico, dovrebbe approdare sulla spiaggia di San Foca, in provincia di Lecce. Un atto politico, più che giuridico, nel solco già tracciato dal referendum del 4 dicembre scorso. Se in quella consultazione avesse vinto il fronte del Sì, infatti, non avrebbe avuto alcun senso bussare poi alla porta della Consulta: con la riforma del titolo V della Costituzione, non ci sarebbero stati i presupposti, poiché la competenza in materia energetica sarebbe ritornata nelle mani esclusive dello Stato. E, invece, ora la Regione Puglia rivendica il suo ruolo e punta i piedi per dire la sua, sollevando il conflitto di attribuzioni. Il governatore Michele Emiliano aveva annunciato questa mossa già a novembre, l’ha concretizzata con il deposito del ricorso il 29 dicembre, lo stesso giorno in cui ha incontrato il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Come dire: dopo il grande gelo dell’era Renzi, riapriamo il dialogo tra Roma e Bari, ma la tregua resta armata.

È l’ennesimo fronte di guerra e si aggiunge a quelli che hanno trasformato in un Vietnam l’intera procedura sul gasdotto della multinazionale svizzera Tap. Ce ne sono almeno altri tre: ad agosto, la Procura di Lecce ha chiesto l’archiviazione della doppia inchiesta penale relativa alle presunte anomalie sull’inizio lavori. Dopo la discussione del 30 novembre scorso, il gip Cinzia Vergine non ha ancora deciso se chiudere il capitolo o ordinare nuove indagini. Poi, c’è il nodo ulivi: 231 quelli da spostare nell’immediato, per poter almeno iniziare a scavare, ma non sono stati incassati ancora tutti i lasciapassare. Infine, la partita dinanzi al Consiglio di Stato: è stata rinviata al 9 marzo la discussione prevista per giovedì scorso, in seguito all’impugnazione, da parte di Regione e Comune di Melendugno, della sentenza con cui il Tar Lazio ha blindato l’autorizzazione unica, rilasciata dal Ministero dello Sviluppo economico il 20 maggio 2015. La questione, di fatto, è sempre la stessa: il modo in cui il governo ha bypassato il niet di Bari, oltre a quello di Comune, Arpa, Autorità di bacino della Puglia, Provincia di Lecce, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e almeno 40 amministrazioni comunali della zona. Secondo il Tar, lo ha potuto fare con un “atto di alta amministrazione”. Significa che, a suo avviso, spetta al governo valutare discrezionalmente gli interessi in gioco e il giudice non può sindacare granché.

In attesa della decisione del Consiglio di Stato, è sopraggiunto l’elemento di novità, che è alla base del ricorso alla Consulta: è la sentenza numero 110 del 2016 con cui la stessa Corte Costituzionale ha bocciato i ricorsi presentati dalle Regioni Calabria, Abruzzo, Marche e Puglia contro lo Sblocca Italia. Nel mirino erano finite le norme relative alle autorizzazioni per trivelle e gasdotti, qualificate come “opere di interesse strategico”, dicitura che, secondo i ricorrenti, avrebbe consentito un via libera dallo Stato senza accordo con i territori. Per la Consulta, invece, non c’è niente di incostituzionale, perché il quadro non cambia e bisogna prevedere “sempre la necessaria intesa con la Regione interessata”, su se, dove e come autorizzare le infrastrutture e persino sulle “operazioni preparatorie necessarie alla redazione dei progetti”. Ecco perché la Puglia è tornata alla carica. Pur essendo stata convocata ai tavoli ministeriali dopo il suo no, ritiene che non “sia mai stata intrapresa alcuna trattativa per trovare una soluzione quanto più possibile condivisa”. Da qui la richiesta di revoca in autotutela avanzata due volte, a giugno e settembre, al ministero dello Sviluppo Economico, che non ha risposto. Quel silenzio, a detta della Regione, renderebbe “definitiva e inequivoca la volontà dello Stato di negare” l’annullamento dell’autorizzazione a Tap e riaprire la partita per lo spostamento del punto di approdo, che Emiliano vorrebbe nell’area industriale di Brindisi.