La domanda che tutti temono arriva all’inizio del primo dibattito tv: “Definisca in una parola la presidenza di François Hollande”. Silenzio. I volti si irrigidiscono e davanti agli occhi passano i fantasmi. I candidati alle primarie della sinistra francese si guardano intorno, poi abbozzano: “Difficile da difendere”; “incompiuta”; “incompresa”. Solo Manuel Valls alza la testa: “fierté”, fierezza. Lo dice secco, come fosse la quarta parola dopo “liberté, egalité, fraternité”. Da dietro lo schermo i suoi sostenitori, una cinquantina di persone di mezza età radunate in un pub alle porte di Parigi, saltano in piedi e applaudono: “Manuel, lui sì che ci fa essere orgogliosi”. E’ tutta lì la sinistra francese che si prepara alle primarie per scegliere il prossimo candidato presidente: politici disorientati che non sanno bene a chi dare la colpa del fallimento di Hollande, una faccia più sicura delle altre che alza la voce e invoca la difesa della bandiera. Il resto è un rito stanco che si compie perché si deve fare e la speranza che non faccia troppo male.

E’ una gara dove tutto è possibile quella che va in scena il 22 gennaio (secondo turno il 28): il favorito Valls sempre più in difficoltà perché simbolo del sistema che ha perso un occasione, alle calcagna i volti più a sinistra che sognano l’effetto sorpresa. Secondo i detrattori? Una competizione per decidere la faccia di chi arriverà quinto alle prossime presidenziali, ovvero non c’è niente di più deprimente.“Dobbiamo ricordarci che il 2017 non è il 2012”, ripete l’ex primo ministro ogni volta che deve svicolare dalla domanda più complicata. E’ forse lo slogan più vero di tutta la campagna. Era il 2012 e Hollande appena eletto radunava un popolo di sinistra (e non solo) commosso davanti alla Bastiglia: era il giorno della rinascita dopo l’epoca Sarkozy, l’inizio di un’ondata di normalità che voleva risollevare la Francia e cambiare gli equilibri in Europa. E’ il 2017 e quello stesso presidente lascia la corsa per il secondo mandato con il consenso più basso rispetto ai suoi predecessori (sotto il 20 per cento) e il rischio di lasciare il Paese nelle mani o dell’avversario a destra François Fillon o dell’estremista Marine Le Pen.

I socialisti hanno cosi poche chance che la partita interna rischia di interessare solo i militanti più fedeli. In testa c’è malgrado tutto l’uomo del sistema, ex primo ministro ed ex titolare agli Interni. Voce impostata, un tipo bassotto che diventa rosso alla seconda replica e colleziona una lunga lista di accuse che vanno da “autoritario” a “razzista”. Si è beccato uno schiaffo alla fine di un comizio in Bretagna e non è dispiaciuto a troppi. E’ quello del “realismo e dell’essere pragmatici”, il politico che alle richieste sui migranti risponde chiedendo “maggiori controlli alle frontiere Ue” e che si trova costretto a dover difendere l’operato del governo uscente. E’ sua la proposta di detassare gli straordinari per aumentare il potere d’acquisto delle calssi medie. E’ considerato quello più di centro e se vincesse andrebbe a scontrarsi sul terreno del terzo incomodo della campagna elettorale, l’outsider Emannuel Macron. L’ex ministro dell’Economia si fa il suo gioco lontano dai partiti usando il linguaggio anti-casta e prende tempo: del suo programma non c’è ancora traccia perché, dicono, aspetta di vedere chi sarà l’avversario che uscirà dalle primarie. A competere con l’ex primo ministro per guidare i socialisti ci sono tre esponenti, noti in passato per aver lavorato insieme a un progetto che in Italia diremmo di “rottamazione” del partito.

Il più a sinistra di tutti è Benoît Hamon, ex ministro dell’Educazione (2014). Ha spiazzato tutti portando sulla scena il tema del reddito di base universale: 750 euro al mese per tutti i cittadini, ma per un periodo limitato. Poi, quasi in solitario, propone la legalizzazione della cannabis e il lavoro per i migranti richiedenti asilo. Per costruire la campagna ha incontrato i consulenti del senatore Usa Bernie Sanders che sfidò, perdendo, Hillary Clinton. E’ il nome che spacca più di tutti e anche quello che, se a votare andassero solo i delusi, potrebbe avere più possibilità. Se non vince c’è il rischio che neppure faccia campagna per gli altri, almeno sicuramente non per Valls. Tra gli sfidanti favoriti c’è sicuramente Arnaud Montebourg: ex ministro dell’Economia (2014), parla di misure per l’ecologia e protezionismo degli investimenti. Tra l’altro usando un argomento che come lui forse solo la Le Pen. Propone di rinegoziare i trattati con l’Unione europea e tra le misure in cantiere prevede anche la reintroduzione della leva obbligatoria di sei mesi. Non ce la fa nonostante abbia sognato in grande Vincent Peillon, ex eurodeputato ed ex ministro dell’Educazione sotto la presidenza Hollande. Il suo passato da professore di filosofia lo ha perseguitato nella campagna quasi fosse una prova del suo essere noioso e lontano dalla realtà. Ci ha provato a entrare nella mischia, ma senza affondare mai. Ha ottenuto l’appoggio della sindaca di Parigi Anne Hidalgo, ma non è bastato. Dietro a fare da contorno: la leader del Parti radicale de gauche Sylvia Pinel, ex ministra all’Alloggio e che piace pure ai fan di Valls; l’ecologista Jean-Luc Benhamias, uno che ha fatto così ridere durante i dibattiti che pare sia pure salito nei consensi (suo il motto “siamo solo 7 piccoli candidati”) e il quasi non pervenuto François de Rougy. La partita è aperta e dipenderà da chi domenica avrà voglia di andare a votare e se chi chiede un partito più a sinistra non ha già abbandonato i socialisti. In corsa per le presidenziali infatti c’è pure il comunista Jean-Luc Melenchon: la sua campagna è partita sul web e si vende come il candidato ignorato dai media ma apprezzato dagli elettori. La sua formazione politica si chiama « France insoumise » (Francia non sottomessa) e sogna di ricompattare la sinistra fuori dagli schieramenti dei socialisti.

Per ora quello che è sicuro è che la presidenza di Hollande è stata un calvario per la sinistra e il partito a brandelli si presenta davanti al giudizio implacabile dei suoi elettori. Il declino nei consensi per l’ex Capo dello Stato è iniziato quasi subito: dall’annuncio dei tagli a settembre 2013, ai dati sulla disoccupazione fino al Patto di stabilità votato con i frondisti interni al partito. Poi lo scandalo per l’amante Julie Gayet e il divorzio con l’ex giornalista Valérie Trierweiler che racconterà i retroscena di se stessa in un libro. C’è stata una piccola risalita in notorietà subito dopo gli attentati di gennaio e novembre 2015. Un guadagno completamente dissipato il 14 luglio 2016: la mattina Hollande parla alla nazione per garantire sicurezza, la sera muoiono 86 persone sulla promenade des Anglais. E la fine di ogni credibilità. Anche se tutti, a sinistra, sanno che la ferita più grossa è stata con la loi travail, il jobs act all’italiana: i socialisti l’hanno votata tappandosi occhi, bocca e orecchie, i militanti hanno riempito le strade. Dei candidati solo Hamon la abrogherebbe e a seconda dei giorni Montebourg. Gli altri evitano la domanda, se non, come il primo ministro, la difendono senza ombra di dubbio.

La sinistra precipita nei consensi e la soluzione che offre ai suoi è l’uomo forte che chiede di guardare in faccia la “realtà”. Non è detto che i militanti accettino il suggerimento. “O me oppure l’estrema destra prenderà il potere”, dice Valls. “Non sono né naif né cinico, sono pragmatico. Dobbiamo assumere una cultura di governo”. Quindi responsabilità delle scelte difficili e prendere le distanze, come lo ha descritto la scrittrice Leila Slimani, “dal socialismo che ha il monopolio del cuore, che vende sogni e un futuro radioso”. Il primo ministro si è talmente messo nella parte che una delle preoccupazioni del suo staff è che sorrida, almeno che faccia finta. Ma potrebbe non bastare. Alla vigilia del voto nei corridoi della metro di Parigi i graffiti sono tutti per lui. All’uscita della linea 9, direzione Nation c’è una locandina dell’Antigone di Sofocle: “Sono fatta per l’amore, non per l’odio”, la citazione. Sopra a pennarello nero qualcuno ha scarabocchiato: “Fatelo sapere a Valls per favore”. La storia di un candidato che non offre sogni agli elettori di solito è già scritta.