La figura di Amadeo Bordiga (1889-1970), fondatore e primo segretario del Partito Comunista d’Italia (sezione dell’Internazionale Comunista), oppositore intransigente dello stalinismo fin dal 1926, torna alla mente in particolare oggi, di fronte all’ennesima calamità che ha colpito con il terremoto che ha di colpito l’Italia centrale.

Bordiga, ingegnere civile, si misurò più volte con le problematiche urbanistiche, ambientali e con i disastri dovuti ad alluvioni e terremoti. Il suo sguardo fu sempre quello di un comunista autentico, lontano da ogni vanagloria professionale e da qualunque dimensione puramente tecnica. A lui premeva, quale “semplice restauratore” (così amava definirsi) della dottrina invariante del comunismo, mostrare come nel modo di produzione capitalistico, non potesse darsi una vera difesa dei territori colpiti, perché gli eventi calamitosi si trasformavano immediatamente in un’occasione di speculazione finalizzata alla realizzazione di profitti consistenti.

Il capitalismo assoggetta natura e tecnica per i suoi scopi, mentre il comunismo rappresenta la conoscenza di un piano di vita per la specie umana. Questa è la “discontinuità” del comunismo secondo Bordiga. Il suo discorso, strettamente legato alle categorie del linguaggio marxiano, manifesta grandi potenzialità, già all’inizio degli anni Cinquanta, nella comprensione di quello che, in anni futuri, si sarebbe presentato come il “tema ecologico”; la riflessione sulla possibilità di sopravvivenza per un pianeta devastato dallo sviluppo economico capitalistico.

In Piena e rotta della civiltà borghese, apparso su Battaglia comunista, n.23, 1951, Bordiga scrive: “Se è vero che il potenziale industriale ed economico del mondo capitalistico è in aumento e non in deflessione, è altrettanto vero che maggiore è la sua virulenza, peggiori sono le condizioni di vita della massa umana di fronte ai cataclismi materiali e storici. A differenza della piena periodica dei fiumi, la piena dell’accumulazione frenetica del capitalismo non ha come prospettiva la decrescenza di una curva discendente delle letture dell’idrometro, ma la catastrofe della rotta”.

Il testo che qui presentiamo, Omicidio dei morti, pubblicato anch’esso su Battaglia comunista, n.24, 1951, fornisce un contributo decisivo alla chiarificazione di quel processo di sviluppo capitalistico che si configura come una vera e propria “economia della sciagura”.

In un passo significativo, Bordiga afferma: “Il capitalismo moderno, avendo bisogno di consumatori perché ha bisogno di produrre sempre di più ha tutto l’interesse a inutilizzare i prodotti del lavoro morto (gli argini, i ponti, le dighe e via dicendo) per imporne la rinnovazione con lavoro vivo, il solo dal quale succhia i profitti. Ecco perché va a nozze quando la guerra viene ed ecco perché si è così bene allenato alla prassi della catastrofe”.

Questo spiega il motivo della mancata e tanto invocata “manutenzione e cura del territorio“, la mancata costruzione di edifici con materiali solidi e tecniche sicure, i grandi affari in appalti in occasione di alluvioni e terremoti. Il capitalismo tende a operazioni di breve-medio periodo e tralascia quelle di ciclo più lungo che sarebbero necessarie.

Purtroppo è probabile che succederà anche ora. Sono argomenti che riflettono una realtà che è sotto i nostri occhi  e che può essere utile osservare anche con le lenti di una visione ormai sicuramente “inattuale”, ma non priva di lucidità e intelligenza, come è quella di Amadeo Bordiga.