Una zincheria attiva per 15 anni tra non poche criticità e ora destinata a trasformarsi in residence, senza che al momento sia ancora prevista una bonifica del sito. Un progetto autorizzato in fretta, con un consiglio comunale straordinario senza aspettare i risultati delle analisi Arpa, mentre altri test già parlavano chiaro: terreni e falde acquifere circostanti risultano contaminati da metalli pesanti potenzialmente cancerogeni. A Diso, nel Salento meta del turismo di massa con un milione di arrivi registrati nel 2015 e in continuo aumento, succede anche questo. Con i vacanzieri gli affari girano forte, ad agosto trovare un letto dove dormire è un’impresa, e allora perché non passare dall’industria pesante alla ricettività dei forestieri? Mentre va avanti il processo in cui tre responsabili delle Zincherie Adriatiche, di proprietà della famiglia Corvaglia, dovranno rispondere a vario titolo anche per emissioni in atmosfera “atte a molestare persone” e lo scarico di acque reflue industriali “senza la prescritta autorizzazione”, la Provincia di Lecce dopo le segnalazioni dei cittadini ha avviato un tavolo per individuare i responsabili dell’inquinamento nell’area intorno allo stabilimento e le azioni da intraprendere. Perché, se i sospetti di molti non si sono al momento trasformati in prove inequivocabili che a inquinare sia stata proprio la zincheria, la contaminazione certificata dall’Arpa a fine 2016 rimane un problema da risolvere. Una situazione già denunciata in due interrogazioni del consigliere regionale della Puglia del M5s Cristian Casili, mentre due ordinanze comunali hanno già vietato a due famiglie che vivono nella zona di usare l’acqua dei pozzi perché contaminata.

Autorità assenti e omertà – Ma prima di arrivare alla situazione attuale, vale la pena tornare al punto di partenza di questa storia. La costruzione della fabbrica viene autorizzata nel 1999, sulla strada che unisce i paesi di Diso e Spongano: solo il primo Comune partecipa però al processo autorizzativo perché la fabbrica deve sorgere sul suo territorio, mentre gran parte delle abitazioni vicine sono al di là del confine. Nel raggio di 200 metri ci sono una decina di case, ma nella planimetria presentata dalla ditta all’inizio dell’iter il territorio di Spongano non è riportato. “L’impianto è collocato fuori dal centro abitato”, scrive l’Asl di Poggiardo nel parere sanitario. L’area scelta è nota come punto di accumulo di acque sotterranee: in una terra all’asciutto per gran parte dell’anno sono una riserva preziosa da proteggere in ogni modo, ma neanche questa considerazione fa decidere alle autorità di cercare un sito alternativo. La zincheria rimane attiva fino all’aprile 2015 in un susseguirsi di schermaglie legali tra azienda e cittadini, con istituzioni a fare spesso da spettatrici, non sempre attente a quello che succede sotto i loro occhi. Il polso della situazione lo dà lo striscione che l’inviato delle Iene si trova davanti nel 2000, quando va a Diso per raccontare la storia della zincheria: “Care Iene, nessuno parla perché le autorità sono assenti”. I cittadini di Spongano pensano subito a fermare il progetto, ma il primo cittadino di allora propone di mettersi a capo della protesta: il suo ricorso, però, “viene presentato in ritardo e quindi giudicato irricevibile per decorrenza dei termini, oltre che inammissibile in quanto tale Comune non faceva parte dei soggetti interessati”, spiegano i cittadini che vivono vicino allo stabilimento. Non è l’unico fatto curioso di questa storia: salta all’occhio anche l’atteggiamento tenuto negli anni da Arpa Puglia, che nel 2009 e 2012 va a cercare le tracce di possibili contaminazioni non vicino allo stabilimento, ma solo a 350 e 800 metri dal sito e nel 2014, quando Comune di Spongano e Asl chiedono ulteriori verifiche dopo i preoccupanti risultati di test privati, si rifiuta di agire: “La richiesta non è prevista dalla normativa richiamata”, scrive in risposta ai due enti.

Suoli e falde contaminati – La qualità della vita di chi abita nella zona cambia da subito, da così a così: “Ci siamo trovati a dover sopportare rumori continui e assordanti che impedivano la vita e il riposo anche di notte ed emissioni in atmosfera dall’odore nauseabondo, che ci hanno causato problemi respiratori”. E anche quando nell’aprile 2015 la famiglia Corvaglia spegne i macchinari della zincheria, nessuno riesce a dormire sonni tranquilli. Indagini fatte eseguire dai residenti nel 2014 sui terreni adiacenti alla fabbrica rilevano livelli anomali di due metalli pesanti altamente tossici: il berillio arriva quasi a 3 milligrammi per chilo, il 50% del limite massimo per le zone residenziali (2), lo stagno a 1,4 contro la soglia massima di 1. Una situazione confermata, oltre che da altri test privati successivi, dalla stessa Arpa: i dati diffusi a ottobre 2016 parlano anche di una concentrazione di zinco doppia rispetto al limite consentito di 150 mg/kg. Se la causa dell’inquinamento rimane ancora da accertare, resta il fatto che le concentrazioni più basse sono state rilevate a 800 e 350 metri dal sito e quelle più alte in assoluto al suo interno. Un’indagine effettuata da Arpa nel 2013 nel perimetro dello stabilimento ha rilevato 3 mg/kg di berillio, oltre 3 di stagno, 379 di zinco. Livelli sotto la soglia massima per i siti industriali, ma che qualche timore non possono non destarlo se si considera la vicinanza alle abitazioni. E oltre ai suoli, a preoccupare gli abitanti sono anche i risultati delle analisi fatte fare sull’acqua dei pozzi delle abitazioni. I referti parlano chiaro: livelli di arsenico due volte superiori al massimo consentito. Numeri che a novembre scorso hanno fatto scattare il divieto, per due famiglie della zona, di usare l’acqua dei pozzi delle proprie case per bere, abbeverare gli animali e annaffiare orto e alberi da frutto.

Da fabbrica a residence con via libera d’urgenza – Prima ancora è arrivato il via libera da parte del Consiglio Comunale di Diso alla trasformazione della zincheria in attività ricettiva. È il 29 settembre 2016, si sa che i dati dell’Arpa saranno pronti presto, ma la sindaca Antonella Carrozzo decide di convocare una seduta straordinaria ad hoc senza aspettare i risultati delle analisi ambientali. Durante il Consiglio, “si sofferma sull’interesse pubblico sotteso al cambio di destinazione d’uso” facendo riferimento ai “notevoli vantaggi per la salute pubblica” e le “potenziali e auspicabili ricadute in termini occupazionali”, ma la delibera non fa mai riferimento a una possibile contaminazione dell’area, né tanto meno alla necessità di una bonifica. Nonostante alcuni dati parlino già chiaro e anche se due consiglieri dell’opposizione fanno notare che non c’è “documentazione attestante l’assenza di eventuale inquinamento ambientale dovuto alla precedente attività altamente inquinante”, mentre un altro consigliere di minoranza sottolinea che c’è “un interesse più di carattere privato e per nulla pubblico”.

I padroni della zincheria: “Estranei ai fatti” – La famiglia Corvaglia, proprietaria dell’azienda, ha affidato la sua difesa a manifesti e volantini diffusi a Diso e nei paesi vicini a metà gennaio 2017, in cui si legge che “l’attività di zincatura è sempre stata svolta nel pieno rispetto delle norme di tutela ambientale e con le opportune autorizzazioni di tutte le Autorità preposte così come peraltro confermato da numerose sentenze che hanno smentito le tesi fantasiose di alcuni soggetti”. I proprietari dell’azienda sostengono che “l’attività di zincatura è completamente estranea ai fatti e tanto sicuramente sarà accertato anche dagli organi preposti”, perché “sia l’arsenico che il berillio sono sostanze che in nessun modo vengono utilizzate nel ciclo produttivo dell’attività di zincatura”. Contattata da ilfattoquotidiano.it, la sindaca di Diso Antonella Carrozzo mette le mani avanti: “Non abbiamo ancora dati sul fatto che si tratti di un’area inquinata, ma se anche fosse è ovvio che necessita prima di un’attività di bonifica, trattandosi di un’area sulla quale operava una piccola industria”. Il primo cittadino sostiene che nella delibera non si parla mai di contaminazione perché “in quella fase il Consiglio comunale doveva solo esprimersi sull’interesse pubblico per il cambio di destinazione d’uso dell’area”, mentre la bonifica fa parte degli “adempimenti successivi chiesti poi dall’ufficio tecnico a chi presenta la richiesta”. L’ultima speranza dei cittadini è che alla bonifica dell’area porti alla fine il percorso avviato dalla Provincia di Lecce per cercare i responsabili dell’inquinamento. Ma insieme alla speranza c’è anche il timore: che in nome dell’occupazione e dello sviluppo turistico, quei terreni contaminati vengano sigillati per sempre da un residence per vacanzieri ignari di tutto.