La fiducia delle élite del Paese negli uomini politici al livello più basso di tutti gli Stati avanzati. Quella nel “comportamento etico delle aziende” al 29esimo posto su trenta. Esattamente come la percezione che i funzionari pubblici siano inclini a favoritismi nei confronti di gruppi e singoli individui con “buone connessioni”. Poi gli “alti livelli di povertà e disuguaglianza“, non compensati da “un sistema di protezione sociale non particolarmente generoso né molto efficiente. Ciliegine sulla torta, una “elevata persistenza intergenerazionale dei differenziali di salario” (i figli dei ricchi continuano in media a poter contare su redditi molto più alti di chi è nato in una famiglia povera), “un alto rapporto debito/pil che pesa sulle future generazioni” e una bassa qualità delle infrastrutture.

Per tutti questi motivi l’Italia scivola nella classifica Inclusive growth and development del World Economic Forum, che si riunisce a Davos questa settimana. La Penisola finisce 27esima sui 30 Paesi più avanzati, appena prima di Portogallo, Grecia e Singapore. E negli ultimi cinque anni solo la Spagna ha perso più punti di Roma nella graduatoria basata sull‘Indice di sviluppo inclusivo, che riassume le performance in 15 ambiti: dal mercato del lavoro al sistema pensionistico, dall’accesso a internet alla sanità, dalla struttura dei salari alla produttività, passando per l’accesso al credito e il sistema fiscale.corruzione

“L’imprenditoria è ostacolata dallo scarso accesso al credito che limita la creazione di posti di lavoro e la crescita”, si legge nella scheda dedicata all’Italia. “In questo contesto la disoccupazione, il part-time involontario, il lavoro informale e l’occupazione vulnerabile rimangono elevati, mentre la partecipazione delle donne alla forza lavoro è estremamente bassa e il divario di stipendio con gli uomini è ampio”. Ma non basta: “C’è poca mobilità sociale, come indica l’elevata persistenza intergenerazionale dei differenziali di salario“.

Ad affossare Roma, poi, contribuisce non poco il peso della corruzione. Certo non una novità, visto che le classifiche internazionali piazzano puntualmente l’Italia tra i Paesi più corrotti d’Europa. Ma il Forum aggiunge ulteriori dettagli, mettendo in luce come la Penisola si distingua non solo per la notevole propensione al pagamento di mazzette quando c’è in gioco un contratto pubblico, ma anche per l’abitudine ai “pagamenti extra o non documentati in relazione al pagamento delle tasse”. Vedi i recenti casi di giudici tributari pizzicati a intascare soldi per addomesticare le sentenze. Particolarmente preoccupante l’ultimo posto in classifica attribuito all’Italia sul fronte della “fiducia del pubblico negli uomini politici”. Scarsa, infine, anche l’indipendenza del potere giudiziario: la percezione della platea sottoposta al sondaggio del World Economic Forum è negativa, tanto da piazzarci al 27esimo posto su trenta. E bisogna tener conto del fatto che questi indicatori derivano da sondaggi di opinione tra dirigenti, accademici e decisori: non si tratta insomma del punto di vista dell’uomo della strada, ma di persone che sanno benissimo di che cosa parlano.

Andando a guardare qualche numero, la Penisola risulta particolarmente indietro sul fronte dell’occupazione (si piazza 29esima su 30 paesi) e dell’equità tra generazioni (28esimo posto). E non fa meglio per qualità del sistema educativo (anche in questo caso Roma è 28esima), inclusione nel sistema finanziario, efficienza nella fornitura di beni e servizi pubblici (29esimo posto). Pessima anche la performance sul fronte del debito pubblico in rapporto al pil. Anche su questo fronte ci piazziamo 28esimi. Mentre siamo buoni ultimi per impatto della tassazione sulle decisioni di investimento, per efficienza dei mezzi di trasporto di terra e per percentuale di popolazione che utilizza Internet.

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